Vi siete mai chiesti come fa il pulcino a respirare dentro l'uovo? O che aspetto avevano le uova di dinosauro? O se è possibile far rimbalzare un uovo di gallina? Sapevate che gli scienziati hanno scoperto delle uova nello spazio, e che alcuni animali fanno le uova quadrate? Esploriamo insieme questo affascinante argomento, toccando anche temi apparentemente distanti come la canzone e la salsiccia, per un'esperienza di lettura ricca e sorprendente.

Uovo di gallina

Uova: Meraviglie della Natura

Uno spassoso e originale picture book divulgativo sulle uova, da quelle dei volatili a quelle di insetti, pesci e rettili, passando per gli animali preistorici, ma anche per curiosità e tradizioni legate alle uova. Finalista Premio Carl von Linné-plaketten, Vincitore Premio Swedish Food Academy, Medaglia d'oro Kolla!, premio dell'Associazione Illustratori svedese.

Le uova sono "case" uniche, che possono risvegliare nel lettore quell'eccitazione che provavo io da bambino, accettandone la straordinarietà. Il libro abbraccia storie differenti ambientate in periodi e luoghi diversi, così che ad ogni pagina si può entrare in una storia tutta nuova. Chi abita in questa casa? Cosa mangia? Dove dorme? Ogni casa apre la porta a un racconto insolito. Potrebbe ricordarci una casa scoperta in un libro tanto tempo fa, o essere un'abitazione misteriosa che non avremmo mai potuto immaginare.

Preistoria: I Nostri Antenati e le Uova

Homo habilis, Homo ergaster, Homo erectus, Homo sapiens... In ordine cronologico, questo inventario ci fa conoscere le specie che ci hanno preceduto nel corso della Preistoria, insieme ai tanti animali con cui hanno coabitato - alcuni dei quali estinti da lungo tempo, come il mammut - e altri tuttora presenti insieme a noi sulla Terra, quali la tartaruga e il canguro. Attraverso il racconto dei riti e costumi dei nostri lontani progenitori, scopriamo come siano riusciti a padroneggiare il fuoco e di quali utensili e armi facessero uso. I testi brevi ma avvincenti ci descrivono le tecniche utilizzate oggi da studiosi e ricercatori, aggiornandoci sugli studi più recenti. Per ogni specie descritta vengono indicati la data e il luogo di ritrovamento dei principali reperti, così come i musei che li ospitano.

Evoluzione dell'uomo

Tradizioni e Canzoni: Un Legame Indissolubile

Articoli e poesie sulla canzone. Poesia e musica intrecciate nelle parole. Conta su di me. Canzoni e poesie con Cristiano Godano a Ercolano “Tu ca nun chiagne” la canzone italiana più bella.

Leggi anche: Delizia culinaria: Salsiccia con burrata

Conversazione con Davide Rondoni - L’IsolaIl corpo del musicista. Concerto con Danilo Rossi - Il PiacenzaLucio Dalla/ 1. Un uomo “curioso” del mistero della vita - Il sussidiarioMusica: Neri Marcorè a Jesi per omaggio Raffaello Sanzio - AnsaIl tour. XIII“Canta che non ti passa mica, e quindi devi cantare sempre”Secondo CasadeiIl liscio romagnolo è una invenzione pura.

Nel senso che le sue radici non sono veramente nella musica o canzone popolare romagnole. Le cante romagnole, i canti dei contadini, dei braccianti, dei lavoratori e delle donne, non banno nulla di quel che oggi conosciamo come l’armamentario allegro, luccicoso e pop del liscio.

Secondo Casadei: Lo Strauss di Romagna

L’inventore del liscio romagnolo avrebbe dovuto fare il sarto, ma era innamorato del violino, ed è stato un geniale divulgatore della musica dei ricchi (il valzer) nelle aie, nei circoli, nelle piazze, nelle balere dei semplici e dei poveri. Secondo Casadei, denominato lo strauss di Romagna, ha composto più di mille canzoni. Partito con una orchestrina di sei persone ma già innovatore con l’inserimento di sax e batteria su un organico composto da chitarra, due violini, basso e clarinetto, si ritrovò in vent’anni, unendosi poi al nipote Raoul suo continuatore, in un orchestrone che suonava tutti i giorni dell’anno eccetto il 2 novembre, il primo giorno di Quaresima e la vigilia di Pasqua.

“Romagna mia” il suo successo più noto nel mondo (cantato in vari modi da Gloria Gaynor, Jovanotti e Goran Bregovich, ma canticchiato pure da Giovanni Paolo II) nacque quasi casualmente. Durante una delle registrazioni a Milano presso la Voce del padrone (un certo successo era già arrivato) un sassofonista aveva la raucedine e andava sostituito un pezzo. In borsa Casadei aveva un valzerino che teneva per ogni evenienza e che aveva titolato “Casetta mia”. Il direttore artistico della casa discografica, l’occhiuto Dino Olivieri, suggerì di intitolarla “Romagna mia”. Casadei accettò e dopo qualche settimana dall’uscita del disco si accorse che un facchino in stazione ne canticchiava il motivo. Quello era il suo scopo, un po’ di oro in gola ai semplici.

Così come diceva ai suoi musicisti - a volte veri mostri che smessi i lustrini delle pailettes dell’orchestra Casadei come di altre mitiche orchestre di liscio la sera con nomi americanizzati incantavano nei jazz club o nei locali più colti- che il liscio non sarebbe mai finito finché ci sarà una persona che ha voglia di ballare.

Leggi anche: "Sashimi": un'interpretazione

E infatti, dopo l’esplosione che il suo continuatore Raoul, vero leone del liscio, e ora che pronipoti e seguaci di nuova e nuovissima generazione continuano a interpretarne le canzoni e lo spirito, rinnovando e mescidando forme e generi, il liscio in Romagna sta conoscendo nuove fortune, grazie anche all’animo di fiutatori dei gusti musicali d’avanguardia e dei curiosi rivolgimenti delle mode come Sangiorgi, patron del festival della musica indipendente che ha inventato “La notte del liscio” con grande successo e la partecipazione di centinaia di migliaia di persone.

Il liscio è musica da ballo, e da compagnia. Le cante romagnole, struggenti e bellissime, sono spesso canti di lavoro, elegie, inni d’amore solitari. Esprimono il lato malinconico e duro dell’animo romagnolo, quello in un certo senso più vero, il tellurico, il magmatico da cui sa erompere anche la allegria, mai leggiadra o stupidotta, del liscio e delle sue canzoni dal testo a volte surreale e inventivo.

Le ragazze sorridono, capiscono, non sono acide femministe, sono femmine e sanno che sotto non le metti. Questa gratuità della gioia, della offerta, dell’allegria, è un vertice del senso romagnolo del vivere nel suo aspetto lucente e appassionato.

Così come all’opposto - un opposto che sempre si tiene al suo contrario- in testi come La majé, la maggiolata, scritta da Aldo Spallicci e musicata dal geniale compositore Cesare Martuzzi a inizio ‘900 come rifacimento dello stile delle più antiche cante, abbiamo invece la assolata e stordita campagna, il gallo che canta e che alza la cresta (allusione freudiana?) e i rami di fiori sulla finestra sia come ornamento che come deterrente per le formiche.

Un mondo contadino, immerso nelle durezze e nei ritmi lenti della terra, attento, come nel capolavoro “Bèla burdèla” alle finezze sensuali di una bellezza mai sofisticata e mai banale.

Leggi anche: Un Viaggio Emozionante tra le Canzoni Disney

I “canterini romagnoli” coro nato dal sodalizio Spallicci - Martuzzi era composto da gente che non sapeva leggere la musica e allora Martuzzi inventò un modo per loro, per insegnargliela. Perché il romagnolo vero canta, comunque.

Come scrive in una bellissima e breve poesia di Walter Galli, poeta di Cesena.

Quella attitudine per cui anche ai funerali c’è quello che la patacata la dice e fa sorridere, o che sdrammatizza anche in situazioni di rischio come sintetizza il detto origine ravennate: a s‘avem d’anghèr ma us divertèsum - abbiamo avuto da annegarci ma ci siamo divertiti.

Eh, da dove viene? Da dove viene questo estremo senso della allegria, quasi strappata coi denti alla notte, un’allegria barbara e a volte feroce e pur capace di dolcezze mai svenevoli?

Credo che venga pur con mille imbastardimenti direttamente dalla natura latina, romana. Un segno ereditario che viene direttamente da Cicerone o Catone o Virgilio o Orazio… Insomma dal midollo verbale della latinità. Si tratta, infatti, quasi sempre di un’allegria verbale, legata alla sapidità dei motti, alle battute, alla capacità poetica del linguaggio.

Un romagnolo soprattutto fa ridere per come parla, per quel che dice. C’è una capacità del narrare colorito che sicuramente viene dalle antiche veglie (così come avviene per l’abitudine del “Trebbo poetico” antenato verace dei festival di poesia e dei patetici poetry slam odierni).

Non è un caso che tutti i nostri maggiori scrittori, da Dante a Leopardi, a Manzoni abbiamo dovuto mentre scrivevano affrontare una “questione della lingua” italiana, facendo grande attenzione al rapporto coi dialetti e con le vive mutazioni.

Il giornalista e scrittore Paolo Gambi sul suo sito ha lanciato una specie di “contest” cioè un gioco chiedendo ai romagnoli le parole che il mondo ci invidia, ed è un susseguirsi spumeggiante di invenzioni linguistiche, così come lo sono i nostri proverbi.

In questo, come aveva visto un grande poeta russo, Osip Mandel’stam, sta una natura tipica delle lingue che si sintetizzano e al tempo stesso si nascondono nell’italiano: l’esser pronunciate con movimenti della lingua che batte sui denti, e poi con le labbra, insomma con una natura affettiva e teatrale, una lingua tutta volta all’infuori, come un bacio, un saluto. Una lingua degli affetti, che non a caso trova nel canto e nella poesia la sua massima espressione. E nella oratoria, specie comica, come dimostra il fatto che tutti gli importanti comici italiani sono “dialettali” o venati di dialettismi. Nel romagnolo si esalta questa qualità generale dell’italiano sorto dalla grande latinità, nel suo “involgarirsi” e nell’incontro con espressioni e influenze che vanno dall’arabo al germanico. E l’allegria appunto è innanzitutto una allegria espressiva, linguistica.

Adamo, che sicuramente era romagnolo, aveva dato un sacco di nomi divertenti alle cose nel paradiso terrestre.

E anche trovandosi in terra, in questa “valle di lacrime” come sapevano mia nonna e Leopardi, non ha perso però il suo modo colorito di dire le cose. E ha chiamato le cose con il loro nome, compreso le malattie, ma a suo modo…

Secondo Casadei

L'Arte di Raccontare Storie ai Bambini

Molti adulti mi chiedono perché scrivo per i bambini. «Perché mi piace» rispondo io. La maggior parte della gente è soddisfatta di questa risposta. «Ah, gli piace. Ma dài, non lo sapevo». Alcuni la scrivono anche, per esempio sul giornale. Ma la risposta vera è un’altra. Scrivo per i bambini perché certe storie le puoi raccontare solo ai bambini.

Lupo Grigio è più affamato che mai. Mentre osserva un coccodrillo che si mimetizza nel torrente per ingannare un uccellino, intuisce che per conquistare le sue prede deve... travestirsi! Ma ben presto scopre che camuffarsi non è proprio il suo mestiere...

Pochi al mondo amano i libri più dell'undicenne Tilly Pages. Per lei non esistono amici migliori dei volu...

La storia e il trucco dell'uovo di Colombo - Grandi tecnologie che hanno sconvolto il mondo

Filastrocche e Ninne Nanne: Tesori della Tradizione Orale

Ogni filastrocca si può recitare oppure cantare seguendo una semplice melodia. alla lunghissima "Seta moneta".

“Su! con un dieco Professore. via di corsa! - Darò metà del regno al guaritore ! Questa è una filastrocca da mimare. Chi le ferma ? di passeri. Che vuole? Niente; aspetta. Non ci credete? (si ripete con le altre 4 dita.. con la mano.. Oh! *** Bambini, questa è una licenza poetica, in italiano si dice: “le orecchie”! L'acqua è fredda? Già vestito? Ma poi? Se me li piglian per davvero?

Per Carlo la poesia è come una canzone, infatti dice “Le rime fanno danzare tutte le parole, tenendole pur sempre unite. È un modo di guardare la realtà, di sbieco, per storto o per dritto e sempre con positività.” Le sue prime poesie sono nate insieme ai suoi alunni, per lui le idee migliori arrivano ascoltando. Per Carlo le poesie raccontano le emozioni che non si riescono ad esprimere a voce, sono le “poesie emozionate”.

Antonella ha ammesso che non capiva un granché di quello che leggeva, ma le piaceva perché era affascinata dal suono dei versi di Dante.

Bambini che cantano

tags: #Salsiccia

Post popolari: