La predicazione di Gesù era preziosa, ricca di contenuti e illuminante per tutti. Continua il commento delle parabole del regno dei cieli. Nel capitolo 13, l’evangelista Matteo, ha riunito insieme sette parabole: La parabola del seminatore; della zizzania; del granello di senape; del lievito; del tesoro nascosto nel campo; della perla preziosa e della rete gettata in mare.

In questa puntata analizziamo quella del lievito: «Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina, finché la pasta sia tutta lievitata» (Matteo 13:33).

In che modo possiamo lasciarci trasformare da Dio? Alessia Calvagno ne ha parlato con Mariarosa Cavalieri, responsabile del Dipartimento Ministeri Personali e Scuola del Sabato della Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno.

Ogni parabola, ha un suo riferimento particolare e la parabola del lievito così dice:“Il Regno dei cieli è simile al lievito che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché fu tutta lievitata” (Mt.13,33). Questa parabola è di un solo versetto e racchiude in sé un prezioso significato e cioè che il Regno di Dio e tutto ciò che comprende, ha inizi modesti, ma poi in seguito ha un grande e improvviso sviluppo.

Nella Bibbia, in altri testi, il lievito è simbolo del peccato, mentre qui assume un significato diverso, simboleggia qualcosa di straordinario, in grado di cambiare la nostra esistenza.

Leggi anche: Un Piatto Unico Italiano: La Virtù Teramane

Gesù invece, il regno dei cieli fatto carne, il Santo di Dio - così viene chiamato dagli spiriti immondi (Mc 1,24) − si identifica proprio con il lievito! Perché? Perché la santità dell’amore non è la purezza di chi giudica tenendosi lontano dal male, bensì la follia di chi perdona lasciandosi investire dal male (Gv 3,17; Is 53,4-12). L’amore è il seme che viene sepolto nella terra della morte, ma proprio così fa fiorire la vita (Gv 12,24).

Quel lievito è una forza spirituale che scaturisce dalla persona stessa di Gesù e che attraverso eventi e persone, opera efficacemente in favore di tutta la grande famiglia di Dio. Le persone che ricevono questo lievito, sono i Santi. E’ la vita di questi uomini e donne, espressa con un amore eroico; con sacrifici; con un’obbedienza esemplare; con una carità instancabile e soprattutto con una perseverante e profonda intimità con Gesù, che portano alla Chiesa questa misteriosa Grazia che fa lievitare tutta la comunità.

E’ cosa buona quindi invocare i Santi perché ci aiutino ad essere anche noi, nel nostro piccolo, dei portatori .di questo flusso speciale di Grazia.

Quel fatto è diventato per lui esperienza allorquando quel gesto ripetuto molte volte si è rivelato a lui con un significato ulteriore. Quante volte Gesù avrà visto sua madre Maria impastare il pane. Avrà chiesto a Maria il significato dei gesti che lei faceva e il perché mescolava la farina con il lievito. Le parole della madre erano state luce alla mente per comprendere il meccanismo per il quale qualche pugno di farina misto ad acqua diventava pane una volta cotto al fuoco.

Dall’esperienza, in cui sono unite parola e azione, Gesù ha intuito che anche in lui c’era un “lievito” che gli permetteva di crescere in sapienza e grazia. Nel suo insegnamento attinge alla sapienza domestica per rivelare anche a noi che chiunque si lascia “impastare” dalla mano materna di Dio con il lievito dello Spirito Santo cresce in sapienza e in grazia.

Leggi anche: La pasta lunga: origini e curiosità

Il Vangeli ci dicono che Gesù, come ogni uomo, è cresciuto, in età, sapienza e grazia. Tutti sappiamo che questi tre aspetti compongono la totalità della persona: corpo, anima e spirito. Lo sviluppo del corpo si dispiega nell’arco di tempo della vita mentre le dinamiche dell’anima e dello spirito sono declinate non in base al tempo cronologico ma a quello che i greci chiamano kairos, tempo opportuno o evento. La persona cresce non solo nel corpo ma anche nell’anima e nello spirito man mano che vive i fatti come esperienze, delle quali cerca di coglierne il significato e gustarne il senso.

Il segno del pane è centrale nell’Eucaristia: essa è esaltata in modo particolare nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo che è collegata a questa settimana. Si tratta di un segno quotidiano e costante nella storia dell’umanità, tant’è vero che talora ne affiorano tracce persino durante gli scavi archeologici.

Abbiamo voluto, allora, ricorrere a un passo del Vangelo di Luca che accompagna la liturgia di quest’anno. In quel testo il simbolo del pane s’intreccia con una delle varie figure femminili che ormai da tempo facciamo sfilare davanti al lettore. Questa volta di scena è una casalinga anonima che Cristo assume come protagonista di una mini-parabola, evocata anche da Matteo (13,33): «A che cosa posso paragonare il regno di Dio?

Nella cultura del tempo di Gesù, però, l’immagine del lievito non doveva essere del tutto positiva, e anche nel primo vangelo sarà impiegata in questo senso (vedi Mt 16,5-12), come altrove nel NT (cf. 1Cor 5,7-8). Più in particolare, è ovvio che nella prassi liturgica di Israele, con la festa di Pasqua (secondo le prescrizioni di Es 12,18-20.34.39; Nm 28,16-17; Dt 16,3-4) il lievito rappresentasse qualcosa di impuro da eliminare dalla pasta. Ecco perché secondo alcuni esegeti Gesù sceglierebbe volutamente un simbolo ambiguo, per operare una specie di rovesciamento dell’ovvio e invitare a non dare nulla per scontato a riguardo della presenza del Regno nella realtà e nella storia.

Gli ebrei, nella festa della Pasqua, mangiano pane azzimo. In ricordo, certo, della fretta con cui dovettero fuggire dall’Egitto, quella notte: non c’era tempo per far lievitare l’impasto (Es 12, 39). Ma anche, forse soprattutto, perché il lievito è pasta andata male: simbolo perciò di impurità, di impudicizia, di peccato. Gli israeliti, fuggendo dall’Egitto, mangiano pane azzimo quale segno di purezza, di non contaminazione con il mondo dei pagani che stanno per abbandonare.

Leggi anche: Alternative al Lievito Paneangeli

Il lievito, la perla, il granello di senape sono immagini con le quali viene identificato il Regno dei cieli. Che cosa le accomuna? Una donna prende e impasta il pane è fatto con il lievito naturale, un lievito che non a caso la tradizione chiama "pasta madre", generatrice, nutrice di nuovo lievito e di nuovo pane: un pezzo della pasta cruda e fermentata dei giorni precedenti fa lievitare tutta la massa di farina nuova, alla quale comunica il suo sapore; per questo prezioso potere produttivo, la "pasta madre" veniva conservata gelosamente, tramandata di generazione in generazione e mantenuta in vita con opportuni rinfreschi, che si dovevano ripetere quotidianamente producendo nuovo pane: "dacci oggi il nostro pane quotidiano", rigeneraci quotidianamente!

Il lievito è una sostanza vivente, una piccola quantità cambia il "destino" di un impasto fatto di semplice acqua e farina: la pasta cresce, cambia, gonfia e diventa un vero pane. Nella parabola, il minuscolo pezzo di lievito è nascosto e mescolato in un'enorme quantità di farina. Tre misure di farina, in greco "sata", rappresentano circa trenta chili! (Gn 18,6). Tre misure di farina, che diventeranno più di quaranta chili di pane, accennano alla festa e al banchetto finale. Il pane, lievitato miracolosamente, non promette l'avvento del Regno dei cieli in un futuro che non vedremo, ma nel quotidiano: esso è vitale, presente accanto a noi ogni giorno nella persona di Gesù.

Ecco perché Gesù incoraggia gli Apostoli a non temere di affrontare il mondo: anche se ora loro sono ancora pochi, con il Suo aiuto, la Parola si diffonderà fino ai confini della terra.

Gesù parla a tutti e si rende ben conto che non tutti hanno avuto nella vita la possibilità di crescere e di migliorare la propria condizione umana; ecco allora, che si serve di parole e di esempi che sono alla portata di tutti.

Non possiamo vivere di rendita. Quando una famiglia va bene, quando non ci sono problemi, è facile adagiarsi e lasciare il carico sulle spalle dei genitori. Il cristiano, però, non può vivere di rendita. Ogni persona, deve assumere le sue responsabilità e dare alla comunità il proprio contributo di servizio, fatto con Amore e con competenza. Sarà di grande giovamento anche non agire da soli, ma soprattutto, in comunione con la Persona di Gesù che è la matrice di questo lievito.

Tutto questo non è un compito facile, ma possibile se ci mettiamo di buona volontà. Si tratta comunque di coinvolgere Gesù in tutto quello che facciamo e che diciamo.

Se camminiamo coscienti che Gesù cammina con noi e se facciamo il possibile per mantenere una vera “sintonia” con Lui, il cammino diventa allora una ricarica di quella misteriosa potenza che giova per far lievitare spiritualmente la comunità in cui viviamo, e le persone che incontriamo.

Noi creature umane, non siamo in grado di vedere questo grande sviluppo, perché ciò avviene nei modi e nei tempi che solo Dio conosce.

Coscienti dei nostri limiti, è saggezza umana non pretendere di riuscire a conoscere ciò che va al di là del tempo e ciò che avviene dentro le singole persone; pertanto, è vera umiltà, credere e avere piena fiducia in tutto quello che Gesù ha fatto e che sta facendo per la salvezza dell’umanità e per il bene delle singole persone.

Quello che possiamo e dobbiamo fare, è rinnovare il nostro atto di fede in “Dio che è Amore” e quindi ciò che opera è solo e soltanto “Amore”. Ecco perché siamo esortati ad avere piena fiducia in Dio, anche se il tempo che stiamo vivendo appare ai nostri occhi molto confuso e scosso da forti tempeste. Noi non siamo in grado di leggere tutto ciò che avviene nel mondo e, meno ancora, ciò che avviene di bene e di male nelle singole persone.

Comunque, Gesù parla di un grande e improvviso sviluppo degli eventi. Certamente i tempi e i modi non sono di nostra competenza, ma Gesù è Dio, quindi è in Lui che dobbiamo riporre la nostra fiducia.

I Santi sono di esempio per tutti, ed è significativa in merito, anche una espressione di S.Agostino che dice: “Mi sono reso conto che devo credere per capire”.

Se noi ci mettiamo con semplicità nelle mani di Dio, se veramente avremo fiducia nel suo operato, sperimenteremo di come anche in questi momenti così delicati e difficili, sia positivo il Suo intervento.

Eppure Cristo invita il discepolo a non disperare: il regno di Dio sembra simile a quel pizzico di lievito, a una minoranza marginale. Ma la sua potenza è tale che lentamente riuscirà a fecondare la massa delle opere umane, rappresentate da quelle tre misure colme di farina che la casalinga sta impastando. È ciò che, poco prima, Gesù aveva descritto attraverso il simbolo del microscopico granello di senape che cresce in un giardino fino a diventare un albero maestoso sul quale gli uccelli pongono i loro nidi (13,18-19).

Dal Vangelo di Luca Capitolo 13, Versetti 20-21E ancora: "A che cosa rassomiglierò il regno di Dio?

L’immagine è semplice e si basa su due elementi radicalmente differenti a livello quantitativo. Da un lato c’è il lievito che viene usato in porzioni minime, data la sua potenza fermentatrice. D’altro lato, la donna ha approntato una notevole massa di farina: si tratta di tre “staia”, in greco sáton, una “misura” dei cereali variamente computata nelle diverse culture (l’ebraico se’a si aggirava attorno ai 12 litri).

Ora, questa espressione, nota già all’Antico Testamento (si pensi ai Salmi del Signore re, come il 47, il 93, i 96- 99), attingeva alla società del tempo e sostanzialmente era da intendere in chiave dinamica, attiva. Rimandava, perciò, non solo a un “regno”, ma soprattutto a una “regalità”, cioè a un progetto divino, a un piano di salvezza dell’umanità, alla volontà del Signore di realizzare in collaborazione con gli uomini e le donne una storia di pace, giustizia, amore.

Le due parabole del seme e del lievito potrebbero essere legate da un filo nascosto. Curiosamente la quantità di farina di cui si parla nella parabola del lievito è esattamente la stessa quantità impastata da Sara per offrire un pasto ai suoi ospiti, secondo Gen 18,6. Alberto Mello elabora su questa corrispondenza una bella interpretazione, secondo la quale l’uomo che ha seminato il seme di senape è Abramo, il seme è la sua fede, e la donna rappresenterebbe pertanto Sara.

Perché Gesù insiste con gli esempi e le similitudini sul regno dei cieli? Perché tanta persistente ostinazione? Perché in realtà, quando parla del regno di Dio o dei cieli, Gesù parla di sé, del significato e delle conseguenze della Sua venuta nel mondo, delle promesse e dell'eredità lasciate a coloro che decidono di seguirlo sulla strada verso il "Regno".

Parabola del lievito

In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?. Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo!. E i servi gli dissero: Vuoi che andiamo a raccoglierla?. No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio». Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro.

Seguiamo ancora il discorso parabolico di Gesù nel capitolo tredicesimo di Matteo, e troviamo nel lezionario di questa domenica tre parabole: quella della zizzania (con la sua spiegazione), a cui seguono quella del granello di senapa e del lievito. In questo capitolo 13, il sintagma «regno dei cieli» ricorre sette volte (sulle trentadue in cui appare in tutto il primo vangelo). Tipicamente matteano, corrisponde all’uso sinagogale antico, già attestato nella seconda metà del I secolo con Yohanan Ben Zakkai, e testimonia l’origine giudeo-cristiana della comunità di Matteo.

È difficile dare una definizione di questa espressione, perché sembra proprio che Gesù e il vangelo rifiutino di circoscriverla, scegliendo il genere parabolico per trattarne (per l’aggiunta con la formula «è simile a…»), e non un altro tipo di discorso. Un ulteriore problema nasce dalla traduzione del primo membro del sintagma: la parola basileía - oltre alla più nota idea di “regno” - può esprimere diversi concetti: “regalità”, “dominio”, “governo regio”, “potestà regia”, “reame”, “signoria”.

Un’interpretazione dell’espressione «regno dei cieli» senza tener conto del suo retroterra biblico può portare fuori strada, perché può essere compresa in modo troppo vago e astratto oppure, all’opposto, magari trovandovi l’idea di un territorio delimitato sul quale Dio governerebbe. L’espressione “regno dei cieli” sembra voler dire che è Dio a governare “come” un re. Se dunque l’accento è sulla relazione tra chi governa ed è governato, solo in secondo momento vi è un riferimento alla storia o al territorio sul quale si esercita tale dominio. Resta da aggiungere che il raffronto tra (regno del) cielo e (quello della) terra è reso possibile proprio attraverso la parabola di cui si fa largo uso in questo capitolo. Ponendo il confronto tra la realtà del cielo e quella della terra, essa infatti cerca di guidare il lettore alla scoperta di un senso all’interno dell’intricato e difficile mistero della vita, ricercando in questa il meraviglioso come possibile.

La prima parabola è esclusivamente matteana, ed è un’allegoria che mostra come “funziona” la storia del mondo e del Regno dei cieli. Notiamo in primo luogo che tutto accade mentre si dorme («mentre tutti dormivano», Mt 13,25), senza piena coscienza dell’uomo, ovvero, senza che questi si possa pienamente rendere conto dell’intervento del nemico che semina zizzania. Non che gli uomini siamo stupidi, tutt’altro: si vuole forse dire che a noi non spetta mai la comprensione definitiva della realtà. Infatti, non si conosce il tempo nel quale il figlio dell’Uomo ha seminato il grano buono, e la semina della zizzania è compiuta di notte, che nella Bibbia è spesso il momento dei sotterfugi e dei ladri, dell’insonnia dei malfattori ma anche lo spazio in cui avviene qualcosa di cui non si è pienamente consapevoli.

Esiste infatti un nemico. Questo è avvolto dall’oscurità, non se ne vedono i contorni, ma soprattutto non si sa da dove venga: c’è e basta, come il serpente che Adamo ed Eva incontrano perché è già nel giardino. Ma una cosa è certa: il nemico non è voluto da Dio, non viene da lui, perché fa il contrario di quello che Dio compie, e, anzi, è proprio definito «il suo nemico» (Mt 13,25).

La parabola però si apre alla speranza: insistendo nel dire che il campo è del Seminatore, è davvero suo («ha seminato del buon seme nel suo campo»; 13,24), Matteo sottolinea che il mondo è nelle mani del Figlio dell’uomo. Poiché la realtà nel suo complesso non può essere pienamente afferrata dall’uomo, non si dà allora lo spazio ad una soluzione definitiva umana per l’oggi: bisognerà aspettare domani il giudizio di qualcun’altro.

Di fronte all’incombere del male, della zizzania che cresce e che forse è molto più evidente del grano buono, quella che i servi propongono è una soluzione, appunto, “da servi”, non da discepoli: «Vuoi dunque che andiamo a raccogliere la zizzania?» (Mt 13,28). Ma non deve accadere che per eliminare il male anche il bene subisca danno: si deve piuttosto attendere la fine del mondo: «Il grano e la zizzania, cioè il bene e il male, crescono insieme in un intreccio che non spetta all’uomo districare. Lo farà il Signore a suo tempo» (Bruno Maggioni).

Certo, questo ci sconcerta: perché la resa dei conti non può aver luogo subito, perché Dio non distrugge i cattivi e sin da ora non esalta i buoni? Perché il male con il quale lottare ogni giorno? Perché le prove, la tentazione, la lotta e l’insicurezza del non poterne uscire vittoriosi? Vi è però un’altra notizia importante nella nostra parabola: il mondo è destinato a finire. Di fronte alla nostra realtà, sempre più giocata sul quotidiano e sui bisogni immediati da soddisfare, quest’aspetto è di un enorme significato: «La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli» (Mt 13,39).

Non c’è un per sempre delle realtà terrene, tutto ha una fine, tutto è sottoposto alla caducità. E nel mondo, oltre all’incombere del male nella sua forma di seminatore di zizzania, vi è anche una misteriosa e buona presenza angelica. Dietro un semplice racconto che parla di campi e di semi, è nascosto il segreto del nostro mondo e del Regno. Quella della zizzania e del grano è senz’altro, nel capitolo tredicesimo di Matteo, la parabola più escatologica di tutte, quella che apre il cuore alla prospettiva futura.

La seconda parabola del Regno: il grano di senape (13,31-32). La chiave per entrare nella seconda immagine che Gesù usa per illustrare il Regno - con una parabola che Matteo condivide con Marco e Luca - non è tanto la dimensione dell’albero di senape, che raggiunge al massimo un paio di metri di altezza (e quindi l’idea che gli uccelli vi nidifichino potrebbe essere iperbolica), quanto piuttosto il rapporto tra la piccolezza del seme (un classico esempio tra i rabbini, come testimoniano fonti antiche) e il frutto (p. es., le opere della fede; cfr. 17,20) o l’albero che ne diviene. Così è del frutto della semina della parola, qualunque esso sia. Altre interpretazioni che vogliono entrare nel dettaglio (l’albero è la Chiesa; gli uccelli sono i pagani che vi accederanno ecc.) non sono evincibili dal contesto (che tratta piuttosto del regno dei cieli e del suo umile inizio), nonostante alcuni testi veterotestamentari possano condurre a queste conclusioni (cf. p. es.

La terza parabola del Regno: il lievito (13,33). Questa parabola o detto di Gesù non si trova in Marco, ma è condivisa con Lc 13,20-21. Protagonista è, unico caso in tutte le parabole di questo capitolo, una donna, elemento simbolico che tra l’altro prepara lo scenario successivo, domestico, quello che si apre con Gesù che entra nella casa.

Parabola del lievito

Tuttavia, Gesù mette anche in guardia dal lievito cattivo, quello che si è corrotto. Si tratta dell’orgoglio e dell’ipocrisia che si insinua nella nostra umanità e ci rende acidi e intrattabili.

Signore Gesù, tu che diventando uomo ti sei mescolato con coloro che chiami fratelli, donaci il tuo Spirito perché, nutriti del tuo corpo, possiamo crescere anche in sapienza e grazia. Purifica il nostro cuore da ogni forma d’ipocrisia che, come lievito corrotto, guasta con l’orgoglio anche le opere buone che possiamo compiere. Guidaci nel continuo discernimento per saper distinguere il lievito buono della Parola che viene da Te e che ci fa essere buoni come il pane, da quello cattivo che rende inservibile tutto ciò con cui entra in contatto.

Noi non siamo in grado di leggere tutto ciò che avviene nel mondo e, meno ancora, ciò che avviene di bene e di male nelle singole persone.

Comunque, Gesù parla di un grande e improvviso sviluppo degli eventi. Certamente i tempi e i modi non sono di nostra competenza, ma Gesù è Dio, quindi è in Lui che dobbiamo riporre la nostra fiducia.

Cos'è il REGNO dei CIELI? - Mt 13, 24-52

tags: #Lievito

Post popolari: