La parola "torta" evoca immagini di festeggiamenti, sapori deliziosi e tradizioni culinarie. Ma qual è l'origine di questa parola così comune? E come si è evoluto il suo significato nel tempo?
Etimologia di "Torta"
Tórta s. f. [lat. tardo tōrta, voce di formazione ignota, in quanto la quantità lunga della ō sembra escludere una connessione con il participio tŏrtus di torquēre «torcere» (v. tòrta)].
Il termine "torta" deriva dal latino tardo "tōrta", una parola di origine incerta. La quantità lunga della "ō" sembra escludere una connessione con il participio "tŏrtus" del verbo "torquēre" (torcere).
Significato di "Torta"
Denominazione generica di tutti quei dolci la cui principale caratteristica è una certa grandezza e consistenza e una forma generalmente rotonda: gli ingredienti possono essere svariatissimi, ma a base per lo più di farina, zucchero, burro, uova e varie aggiunte: t. di cioccolato, t. di mandorle, t. di mele, t. di ricotta, t. di Pasqua, t. svizzera, t. tedesca, ecc.; la tradizionale t. di nozze, o di compleanno; il termine può anche indicare analoghe preparazioni di gelato o semifredde, oppure salate e farcite (t. rustica; t. pasqualina).
La torta è una denominazione generica di tutti quei dolci la cui principale caratteristica è una certa grandezza, consistenza e una forma generalmente rotonda. Gli ingredienti possono essere svariatissimi, ma a base per lo più di farina, zucchero, burro, uova e varie aggiunte. Il termine può anche indicare analoghe preparazioni di gelato o semifredde, oppure salate e farcite.
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Com. l’espressione fig. dividersi la t., spartirsi un introito o un guadagno illecito, o attribuirsi, con accordi più o meno scorretti, posizioni direttive (con sign. analoghi, la spartizione della torta). Il riferimento alla torta come a un intero che può essere suddiviso in parti o frazioni (fette), a loro volta esprimibili in valori percentuali, è comune nella divulgazione di concetti economici e statistici (per es., la suddivisione del reddito nazionale) e soprattutto nella loro rappresentazione grafica (nei cosiddetti grafici a torta).
Il riferimento alla torta come a un intero che può essere suddiviso in parti o frazioni (fette), a loro volta esprimibili in valori percentuali, è comune nella divulgazione di concetti economici e statistici (per es., la suddivisione del reddito nazionale) e soprattutto nella loro rappresentazione grafica (nei cosiddetti grafici a torta).I film della t. in faccia, le comiche del cinema muto americano con il caratteristico numero (introdotto dal regista Mack Sennet) del lancio di torte alla crema che si spiaccicano sul viso degli attori.
Inoltre, il termine "torta" può anche riferirsi a:
- Una figura araldica a foggia di tondino.
- Materiale residuo della filtrazione, lo stesso che panello.
Diminutivi, accrescitivi e peggiorativi: tortina e tortino m. (specifico per preparazioni salate: v. tortino), rari tortèllo m. e tortellino m. (per le accezioni partic., v. le voci); accr. tortóna e tortóne m.; pegg. tortàccia.
Gli alterati si riferiscono tutti al sign.
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Gateau di patate
Il Gattò di Patate: Un Caso Speciale
Che cos’è il gattò di patate? Ma soprattutto: gattò è una parola italiana? Troviamo una prima risposta consultando alcuni dizionari dell'uso quali il GRADIT e il Nuovo De Mauro: il termine gattò è riportato a lemma e classificato come sostantivo maschile invariabile, appartenente al linguaggio tecnico specialistico della gastronomia e chiosato come «tortino cotto al forno a base di patate, uova, formaggio, ecc., tipico della cucina napoletana».
Il gattò di patate è un tortino cotto al forno a base di patate, uova, formaggio, ecc., tipico della cucina napoletana. Il termine "gattò" è classificato come sostantivo maschile invariabile nel linguaggio tecnico specialistico della gastronomia.
L'etimologia è presto ricostruita: la parola è antecedente al 1775 e deriva, come era facile supporre, dal francese gâteau. Quest'ultimo termine è a sua volta presente in alcuni vocabolari italiani nella forma di forestierismo integrale, non adattato.
L'etimologia del termine "gattò" è facilmente riconducibile al francese "gâteau", presente in alcuni vocabolari italiani come forestierismo integrale, non adattato.
Dal GRADIT possiamo trarre anche un'indicazione sull'origine del termine francese: datato 1138 nella var. Alberto Vàrvaro, nel Vocabolario storico-etimologico del siciliano (Palermo-Strasburgo, EliPhi, 2014, s.v. guastéḍḍa), nota che il termine normanno guastéḍḍa per ‘focaccia’, derivato di gastel, è presente in Sicilia e Calabria meridionale, ma anticamente anche in Campania, mentre guastella compare nel calabrese meridionale.
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Nel Vocabolario storico-etimologico del siciliano, Alberto Vàrvaro nota che il termine normanno "guastéḍḍa" per 'focaccia', derivato di "gastel", è presente in Sicilia e Calabria meridionale, ma anticamente anche in Campania.
Perché gattò e non gató, più vicino alla pronuncia francese? Il raddoppiamento (da una t a due) è comune, ma non esclusivo, in napoletano (infatti la forma raddoppiata gattò coesiste con gatò), mentre l’esito di o aperta tonica in fine di parola si rintraccia anche in altri francesismi presenti nella nostra lingua, come in borderò da bordereau (cfr. Vocabolario Treccani sv), fricandò da fricandeau (cfr. Vocabolario Treccani sv) o rococò da rococo (cfr.
Il raddoppiamento della "t" in "gattò" è comune in napoletano, e l'esito di "o" aperta tonica in fine di parola si rintraccia anche in altri francesismi presenti nella nostra lingua, come in "borderò", "fricandò" o "rococò".
Si deve però notare che in Sicilia accanto a gattò si trova anche la forma gattó, con la o finale chiusa, "che proviene, direttamente o attraverso l’italiano, dalla forma francese moderna gateau", come notato ancora da Vàrvaro.
In Sicilia, accanto a "gattò" si trova anche la forma "gattó", con la "o" finale chiusa, "che proviene, direttamente o attraverso l’italiano, dalla forma francese moderna gateau", come notato ancora da Vàrvaro.
Non è sempre stato così, perché basta controllare il GDLI, il più completo dizionario storico della nostra lingua, per vedere che gatò, con una t sola, viene definito molto genericamente «torta dolce cotta nel forno» (il volume che contiene il lemma è del 1970).
Nel GDLI, il più completo dizionario storico della nostra lingua, "gatò", con una sola "t", viene definito molto genericamente «torta dolce cotta nel forno» (il volume che contiene il lemma è del 1970).
'Gattò'. La voce francese 'gateau' (gatò) suonerebbe per noi 'focaccia' o 'schiacciata'; ma si trasporta a significare tutti quei dolci cotti nella forma di latta o di rame, e composti di varie paste di vario sapore onde pigliano diversi nomi. Dai Francesi noi Italiani abbiamo preso la voce cruda cruda, anzi l'alteriamo spesso dicendo 'gattò'. È egli necessario?
La voce francese 'gateau' (gatò) suonerebbe per noi 'focaccia' o 'schiacciata'; ma si trasporta a significare tutti quei dolci cotti nella forma di latta o di rame, e composti di varie paste di vario sapore onde pigliano diversi nomi.
Continuando la nostra storia, vediamo dunque che la particolare specializzazione di significato presente nella cucina napoletana si è determinata in un secondo tempo: un libro di cucina del 1844, dal titolo lunghissimo, ma di grande importanza, La cucina teorico-pratica, ovvero, Il pranzo periodico di otto piatti al giorno: cumulativamente col suo corrispondente riposto, e dettaglio aprossimativo della spesa giornaliera, pratica di scalcare e servire in tavola. Finalmente quattro settimane secondo le staggioni della cucina casareccia in dialetto Napolitano del Cav.
La particolare specializzazione di significato presente nella cucina napoletana si è determinata in un secondo tempo: un libro di cucina del 1844, dal titolo lunghissimo, ma di grande importanza, La cucina teorico-pratica, ovvero, Il pranzo periodico di otto piatti al giorno: cumulativamente col suo corrispondente riposto, e dettaglio aprossimativo della spesa giornaliera, pratica di scalcare e servire in tavola. Finalmente quattro settimane secondo le staggioni della cucina casareccia in dialetto Napolitano del Cav.
Qual è il motivo della presenza nel napoletano di questo francesismo, passato da un significato più vasto a indicare una specialità culinaria del luogo (ma diffusa anche in Sicilia, come abbiamo già accennato)? Mazzone ha aperto una credenza e il frigo e ha tirato fuori un po' po' di roba: patate, latte, burro, salame, sugna, pangrattato, provola affumicata, mozzarella, uova sode, parmigiano grattugiato, sale e pepe, prezzemolo tritato.
Qual è il motivo della presenza nel napoletano di questo francesismo, passato da un significato più vasto a indicare una specialità culinaria del luogo (ma diffusa anche in Sicilia, come abbiamo già accennato)?
Il professore ha fatto di no con un dito. «Non è esatto, Caradente. Non è un gâteau ma un gattò. Si pronuncia proprio così, alla napoletana. E vi spiego il motivo storico. Nel 1768 Ferdinando IV di Borbone sposò l'arciduchessa Maria Carolina d'Asburgo, che così divenne regina di Napoli» […] «Maria Carolina aveva gusti francesi, e fece arrivare a corte alcuni cuochi d'Oltralpe. Li chiamava monsieurs, ma i napoletani trasformarono l'appellativo in monzù.
Nel 1768 Ferdinando IV di Borbone sposò l'arciduchessa Maria Carolina d'Asburgo, che così divenne regina di Napoli. Maria Carolina aveva gusti francesi, e fece arrivare a corte alcuni cuochi d'Oltralpe. Li chiamava monsieurs, ma i napoletani trasformarono l'appellativo in monzù.
«Sono buoni tutt'e due. Il gattò lo conoscete bene, il gâteau potrete provarlo il mese prossimo in Francia. Non si tratta quindi di un adattamento immotivato del termine francese, ma di un francesismo adattato a causa di una specifica situazione storica e culturale: la presenza di cuochi d'Oltralpe alla corte degli Asburgo verso la fine del Settecento.
Gattò viene citato (e difeso) anche da Stefano Bartezzaghi nel suo volume Come dire. Galateo della comunicazione (Milano, Mondadori, 2011, p. A Napoli il gattò è un piatto specifico ovvero la pizza o torta di patate. Non è affatto una storpiatura moderna e finto-chic del francese gateau. Deriva sicuramente dal francese, ma più o meno come “buatta” che deriva da boite: sono antichi francesismi ormai da lungo tempo assimilati nel vernacolo nostrano. Se preferite, sono dei regali della storia.
Maria Carolina d'Asburgo non è peraltro l'unica responsabile dell'acclimatamento del termine (anzi, dei termini) di origine francese in napoletano, e della diffusione anche in Sicilia. Troviamo ulteriori accenni storici in un libro di cucina, Cucina napoletana, ricette raccontate, di Marinella Penta De Peppo (Rimini, IdeaLibri, 1988, p.
Durante il regno delle Due Sicilie, l'esercito di Napoleone portò al suo seguito, nei Palazzi Reali di Napoli e della Sicilia, raffinati cuochi francesi. Quando nel 1815 gli Austriaci sconfissero Gioacchino Murat, la Corte francese dovette lasciare Napoli. Questi cuochi tuttavia non se ne andarono, ma rimasero in Campania perché ambiti e richiesti da tutte le famiglie aristocratiche. Venivano chiamati Munzù (invece di Monsieur) dal napoletano che, come sua consuetudine, trasformava le parole straniere in vocaboli dialettali.
I cuochi di Napoli non erano da meno nel perfezionare e nel creare pietanze che in seguito si sono diffuse in tutto il mondo come il Babà, il Timballo di maccheroni, il Sartù di riso, il Ragù, il Gattò di patate, lo Sciù rustico e dolce… È da notare come questi nomi (Ragù, Gattò, Sciù…) siano stati trasformati, dalla originale lingua francese (Ragoût, Gâteau, Chou…) in parole dialettali napoletane.
Poiché le domande dei nostri utenti vertono soprattutto sull'italianità del termine, possiamo concludere ribadendo che si tratta di una voce dialettale, ormai diffusa a livello nazionale come tecnicismo culinario, come si ricava dai dizionari dell'uso.
Il passaggio di termini gastronomici dagli idiomi locali al lessico nazionale è uno degli aspetti che caratterizzano la storia della nostra lingua gastronomica nell'era post-unitaria, come nota Giovanna Frosini.
In conclusione, il "gattò" è un francesismo adattato a causa di una specifica situazione storica e culturale: la presenza di cuochi d'Oltralpe alla corte degli Asburgo verso la fine del Settecento. A Napoli il gattò è un piatto specifico ovvero la pizza o torta di patate. Deriva sicuramente dal francese, ma è un antico francesismo ormai da lungo tempo assimilato nel vernacolo nostrano.
Altri Forestierismi Gastronomici
Molto spesso, i nostri utenti chiedono delucidazioni sul genere di alcuni forestierismi non adattati entrati in italiano soprattutto, ma non solo, dall'inglese.
Poiché, come abbiamo premesso, non esistono regole inequivocabili per l’assegnazione del genere, e in vari casi i termini non sono ancora registrati dai vocabolari italiani, conviene investigare caso per caso sulla direzione che le singole parole, o meglio, i loro utenti, stanno prendendo.
Ecco alcuni esempi di forestierismi gastronomici e il loro genere grammaticale in italiano:
- Apple pie: femminile (la apple pie)
- Bagel: maschile (il bagel)
- Brownie: maschile (il brownie)
- Carrot cake: maschile (il carrot cake)
- Cheesecake: maschile o femminile (il/la cheesecake)
- Cupcake: maschile (il cupcake)
- Donut: maschile o femminile (il/la donut)
- Muffin: maschile (il muffin)
- Pancake: maschile (il pancake)
Come si può vedere, una regola universale per tutti i casi non esiste, e d'altro canto nessuna scelta può essere considerata un errore. L'unica indicazione che ci sentiamo di dare, per questioni di chiarezza comunicativa, è quella, in assenza di criteri migliori, di adeguarsi all’uso più diffuso, ma senza eccessive rigidità.
| Termine | Genere | Note |
|---|---|---|
| Apple pie | Femminile | Registrata nel GRADIT 2007 |
| Bagel | Maschile | Voce assunta in inglese dallo Yiddish beygel |
| Brownie | Maschile | Dolce al cioccolato |
| Carrot cake | Maschile | Torta di carote |
| Cheesecake | Maschile/Femminile | Torta di formaggio |
| Cupcake | Maschile | Dolcetto in tazza |
| Donut | Maschile/Femminile | Ciambellina fritta |
| Muffin | Maschile | Piccolo dolce a forma di panettoncino |
| Pancake | Maschile | Frittella dolce o salata |