Chi non conosce Stephen King? Magari non apprezza il genere e non si è letto nemmeno uno dei suoi romanzi ma il nome sì che lo conosce! Uno scrittore straordinario per fantasia e sterminata produzione: più di ottanta romanzi, moltissimi dei quali best seller, fonte di ispirazione per registi per film di grande successo e impatto emotivo, come “Misery non deve morire”, “Il miglio verde”, “Shining”. Una carriera lunga decenni, con guadagni stratosferici.
Eppure per Stephen l’infanzia e la prima giovinezza non sono state facili, tutt’altro. Di positivo Stephen ha avuto l’affetto e la compagnia del fratello di poco più grande, che ha sempre considerato il vero genio di famiglia e, soprattutto, la moglie Tabitha con la quale ha condiviso tutta a vita, dall’università ai primi tempi grami del loro matrimonio, topaie e preoccupazioni economiche, al grande successo. Sotto il suo sguardo, ha attraversato il periodo devastante della dipendenza da alcol e poi anche da droga. Ed è a Tabitha, al suo amore, alla sua determinazione incrollabile che lui deve la salvezza e l'uscita dal lungo tunnel.
Nel 2000 esce un suo libro diverso da tutti gli altri “On Writing: autobiografia di un mestiere”. Un libro che mette insieme fatti di vita privata, i problemi di alcolismo, narrandoli in modo da non farsi sconti, lucido e chiaro, i passaggi fondamentali del suo percorso, la presa di coscienza, ma l’incapacità di agire, l’entrata in campo della moglie per strapparlo a quell’inferno e alla morte. La seconda metà del libro è dedicata ai consigli pratici, osservazioni, spunti, riflessioni su cosa sia la scrittura in generale e la sua in particolare. Un libro tra la confessione e il manuale, una sorta di debito da saldare nei confronti dei suoi milioni di lettori, con i quali sembra stabilire un rapporto di sincerità e confidenza.
Poi Stephen King è sempre il re del racconto horror e quello che mostra può non essere del tutto vero e, per sua stessa ammissione, molte cose non le racconta. Ne ha tutto il diritto. E non siamo tenuti ad indagare. Sappiamo, però, che dopo lo spaventoso incidente del 1999, quando, passeggiando lungo la strada vicino casa, come al solito, assolutamente sobrio come ormai lo era da anni, viene investito da un minivan il cui conducente ha perso il controllo del mezzo, riporta decine e decine di fratture, fermandosi ad un pelo di distanza dalla morte, ancora una volta. Il lungo e sofferto periodo di riabilitazione viene superato con l’aiuto della scrittura, strumento meraviglioso e duttile che si mostra per quello che è: autentica medicina dello spirito.
King descrive lucidamente la sua lotta contro l'alcolismo e la tossicodipendenza, rivelando come queste dipendenze abbiano influenzato la sua vita e la sua opera. Ripercorriamo insieme alcuni passaggi chiave di questa battaglia interiore.
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La Negazione e la Giustificazione
“Gli alcolisti costruiscono difese come gli olandesi costruiscono dighe”- dice Stephen King- “Ho passato i primi dodici anni di matrimonio assicurando a me stesso che “semplicemente mi piaceva BERE”. Ero addirittura ricorso all’universalmente nota Giustificazione di Hemingway . Pur mai esposta con chiarezza (farlo sarebbe da femminucce), si sintetizza così. In quanto scrittore, sono molto sensibile, ma da uomo vero non devo soccombere a questo lato della mia natura. Sarebbe un comportamento da mammolette . E quindi bevo. In caso contrario, come potrei affrontare l’orrore esistenziale che mi soffoca e continuare a scrivere? E poi, insomma, sono capace di reggere un paio di bicchieri. Gli uomini veri ci riescono sempre.
King ammette di aver razionalizzato il suo consumo di alcol, nascondendosi dietro l'immagine dello scrittore sensibile ma forte, capace di gestire la propria dipendenza. Questa negazione è una caratteristica comune tra coloro che lottano contro l'alcolismo.
Stephen King: dalle dipendenze alla rinascita del Genio dell'Horror
La Presa di Coscienza
Più in là nei primi Ottanta, nel Maine, fu approvata una legge sui vuoti a rendere. Invece di finire nella spazzatura, le mie lattine da mezzo litro di Miller Lite cominciarono ad accumularsi in un bidone di plastica dentro il garage. Un giovedì sera uscii a gettare le misere spoglie e mi accorsi che il contenitore, pulito come uno specchio il lunedì, era ormai quasi zeppo. Visto che ero l’unico in casa a bere Miller Lite …Porca vacca, sono un alcolizzato, mi dissi, e nessuna vocina nella mia testa sostenne il contrario. Dopo tutto ero io che avevo scritto Shining senza rendermi conto, almeno fino a quella sera, di raccontare la mia storia. Non ne seguì una reazione di rifiuto o dissenso, piuttosto di allarmata determinazione. In tal caso devi stare attento, ricordo chiaramente che pensai. Perché se combini un casino…
Questo momento di consapevolezza è cruciale. King si rende conto della gravità della sua situazione, ma invece di negare, decide di affrontare il problema con determinazione.
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“Se avessi combinato un casino , ribaltandomi con la macchina giù dalla stradina secondaria una sera qualunque o rimediando una figuraccia nel corso di un’intervista in diretta tivù, qualcuno mi avrebbe consigliato di darmi una regolata, e consigliare ad un alcolista di darsi una regolata è come ordinare di smettere di cagare a un poveretto con l’ attacco di diarrea più violento del mondo”.
Un mio amico che ci è passatoha un aneddoto spiritoso sul suo primo timido tentativo di riprendere il controllo di una situazione che gli stava inesorabilmente sfuggendo di mano. Ad un certo punto si recò da uno psicologo esperto in materia, ammettendo che la moglie era preoccupata per quel suo brutto vizio. “Quanto beve?”- chiese lo psicologo- “ Quanto? Tutto!” rispose il mio amico, fissandolo allibito quasi fosse stata un’ovvietà. Conosco una sensazione simile. Sono sobrio da una dozzina d’anni, ma rimango ancora di stucco quando vedo il cliente di un ristorante con a portata di mano un calice di vino mezzo pieno. Sono tentato di alzarmi, raggiungerlo e urlargli in faccia: “Finiscilo! Perché non lo finisci? Trovo grottesca l’idea del bere in compagnia, giusto per divertirsi. Le serate dei mei ultimi cinque anni da beone si chiudevano immancabilmente con lo stesso rituale, cioè versando nel lavandino le birre avanzate in frigo. Se me ne dimenticavo, quelle mi chiamavano nel dormiveglia, finché non scendevo dal letto a prenderne un’altra. E un’altra.
L'Aggravarsi della Situazione: L'Aggiunta della Droga
Nel 1985 il problema della droga si aggiunse a quello dell’alcol…ero terrorizzato, a quel punto non ero più capace di condurre una vita diversa. Nascondevo gli stupefacenti al meglio delle mie possibilità, per paura ( avevo perso l’abilità di rigare dritto e non osavo immaginare dove sarei finito senza la roba) o per vergogna… Non mi andava di confidarmi con nessuno …però la mia parte di scrittore, quella nel profondo che sapeva del mio alcolismo già dal 1975, all’epoca di Shining, non disposta ad accettare un comportamento simile e tollerare quel silenzio, cominciò a gridare aiuto nell’unico modo che conosceva, attraverso i miei romanzi e i miei mostri.
L'escalation della dipendenza, con l'aggiunta della droga all'alcol, porta King a un punto di non ritorno. La sua creatività diventa un grido d'aiuto, un modo per esprimere il suo tormento interiore attraverso i suoi personaggi e le sue storie.
Tra la fine del 1985 e l’inizio del 1986 sfornai Misery (un titolo piuttosto calzante per il mio stato d’animo di allora), in cui un autore di bestseller è tenuto prigioniero e torturato da un’infermiera psicopatica. Durante la primavera e l’estate del 1986 mi dedicai a Tommyknocker-le creature del buio, spesso sgobbando fino a mezzanotte con il cuore che toccava i centotrenta battiti al minuto e un paio di cotton fioc infilati nel naso per tamponare l’emorragia provocata dalla cocaina. Le creature del buio è un libro di fantascienza stile anni Quaranta con una scrittrice per eroina, che scopre un’astronave da un altro pianeta sepolta sottoterra. L’equipaggio è ancora a bordo, non morto ma in uno stato di animazione sospesa. Questi alieni ti penetrano nella testa e…bè, te la incasinano per benino, dotandoti di un’energia prodigiosa e una sorta di intelligenza passeggera. Per esempio la protagonista crea una macchina per scrivere telepatica e una caldaia atomica, in cambio, bisogna rinunciare alla propria anima. Era la migliore metafora per la droga e l’alcol che la mia mente esausta e iperstressata fosse riuscita a partorire.
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Le sue opere di questo periodo, come "Misery" e "Tommyknocker", riflettono il suo stato d'animo e la sua lotta interiore. I mostri e le situazioni estreme che descrive sono metafore della sua dipendenza e della perdita di controllo sulla propria vita.
L'Intervento di Tabitha e la Salvezza
Poco dopo mia moglie entrò in azione, convinta che non sarei uscito da quell’abisso tremendo con le mie sole forze. Non fu semplice, perché ormai non sentivo più ragioni, ma lei ci provò lo stesso. Orchestrò un gruppo di sostegno composto da familiari e amici, in una specie di reality show in diretta dall’inferno. Esordì rovesciando sul tappeto un sacco della spazzatura pieno delle porcherie sparse nel mio studio. Lattine di birra, mozziconi di sigaretta, cocaina in flaconcini da un grammo in buste di plastica a chiusura ermetica , cucchiaini da sniffo incrostati di moccio e sangue, Valium, Xanax, bottigliette di sciroppo per la tosse Robitussin alla codeina, flaconi di NyQuil per l’influenza a base di antistaminici e addirittura di collutorio. Un annetto prima, notando la rapidità con cui enormi confezioni di Listerine sparivano dal bagno, lei mi aveva chiesto se me lo bevessi. Nemmeno per sogno, avevo ribattuto con farisaica indignazione. Era vero. In realtà preferivo lo Scope. Era più buono con quel suo retrogusto di menta. Il provvedimento nei miei confronti, molto sgradevole per tutti, si rivelò necessario perché stavo morendo davanti agli occhi della mia famiglia. Tabby spiegò che ero in grado di scegliere e ottenere aiuto in un centro di recupero o facendo le valigie. Soggiunse che lei e i ragazzi mi volevano bene, e proprio per quel motivo non intendevano assistere al mio suicidio. Cercai un compromesso e mi mostrai conciliante, da tossico provetto. Alla fine guadagnai due settimane per rifletterci sopra. A posteriori, ecco come riassumere l’assurdità di quei momenti. Un tizio è sul tetto di un palazzo in fiamme. Un elicottero arriva e si ferma a mezz’aria.
L'intervento della moglie Tabitha è fondamentale per la sua salvezza. Organizzando un gruppo di sostegno e confrontandolo con la realtà della sua dipendenza, Tabitha gli dà la possibilità di scegliere tra la vita e la distruzione.
La Scrittura come Ancoraggio
Mi sforzai di farlo, per quanto ridotto da schifo, e la spinta decisiva fu Annie Wilkes, l’infermiera psicopatica di Misery. Annie era la bamba, Annie era la bumba, ed ero stufo di essere suo schiavo. Non è stato necessario, è evidente.
La scrittura si rivela un elemento cruciale nel suo percorso di guarigione. Attraverso la creazione di personaggi come Annie Wilkes, King riesce a confrontarsi con i suoi demoni interiori e a liberarsi dalla schiavitù della dipendenza.
Il Mito della Creatività e della Dipendenza
L’idea che lo sforzo creativo e le sostanze che alterano la mente siano strettamente legati è una delle più grandi mistificazioni popolar-intellettuali del nostro tempo. I quattro autori del Ventesimo secolo maggiormente responsabili dell’equivoco sono con ogni probabilità Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Sherwood Anderson e Dylan Thomas. Sono loro ad ave forgiato per gli angloamericani la visione di una terra di nessuno dell’esistenza, i cui abitanti conducono una vita isolata in un clima di disperazione e soffocamento emotivo. Sono immagini note alla maggioranza degli alcolisti e non vanno prese sul serio. Lo scrittore tossicodipendente è nient’altro che un tossicodipendente, sono tutti in altre parole comunissimi ubriaconi e drogati. La rivendicazione che droga e alcol servano a mitigare una più spiccata sensibilità d’animo non è niente altro che la solita cazzata opportunistica. L’ho sentito ripetere persino da ubriaconi alla guida degli spazzaneve: “ Bevo per placare i miei demoni”. Chi se ne frega se sei James Jones, John Cheever o un barbone avvinazzato che russa alla Penn Station; chiunque soffra di dipendenza cerca di salvaguardare a ogni costo il proprio vizio preferito. Hemingway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi o moralmente deboli. Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti. Probabilmente è vero che le persone creative siano più vulnerabili di altre all’alcolismo e alla dipendenza dagli stupefacenti, e allora?
King sfata il mito romantico dello scrittore tormentato che trova ispirazione nell'alcol e nella droga. Afferma che la dipendenza è una malattia che non ha nulla a che vedere con la creatività, ma che anzi la ostacola.
Molto interessante è l’osservazione che Stephen fa sul fatto che quattro scrittori di rilievo e fama dei ‘900, a partire da Hemingway, abbiano coltivato e diffuso soprattutto nel mondo angloamericano l’idea e il mito che lo sforzo creativo e l’estrema, dolorosa sensibilità richiedano abuso di alcol per essere affrontati e mitigati. Sì, certo. Mi piace. Ed è una delle poche cose ora che prendo meno e ha un maggior effetto. Di solito con droga e alcol, più ne prendi meno fanno effetto, nel tempo.
Scrivere è sempre ottimo, ma crea dipendenza, diventa un comportamento ossessivo-compulsivo. Per esempio, lavoro sei mesi alla prima stesura di qualcosa, e poi mi fermo del tutto per dieci, dodici giorni per lasciar decantare il tutto.
Sono ormai tanti anni che King si è liberato da alcol e droga e quando riflette su quel grumo di sofferenza e solitudine nel quale ti fa trovare la dipendenza, afferma: “Questa è la cosa peggiore, secondo me, quando il segreto rimane chiuso e non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare”.
E, infine, per quanto l’arte possa essere importante e la scrittura sia anche oggi al centro della sua vita, King afferma che “ la vita non deve mai essere di sostegno all’arte, ma viceversa”.
| Anno | Evento |
|---|---|
| Primi anni del matrimonio | Inizio della dipendenza da alcol |
| 1985 | Aggiunta della dipendenza da droghe |
| Fine 1985 - Inizio 1986 | Scrittura di "Misery" |
| Primavera-Estate 1986 | Scrittura di "Tommyknocker" |
| Fine anni '80 | Intervento di Tabitha e inizio del percorso di riabilitazione |
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