A dispetto del titolo, Cucinare un orso è un romanzo avvincente, al contempo incalzante e delicato, macabro e violento, dolce e triste; un mix di vari generi letterari, che colloca a pieno titolo Mikael Niemi nell’ambito della narrativa contemporanea cosiddetta postmoderna. Il libro è ambientato alla metà dell’Ottocento in un piccolo paese della Svezia, e narra la vicenda di Laestadius, un pastore protestante realmente esistito, protagonista di un controverso “risveglio” religioso e spirituale che, nel tentativo di contrastare l’alcolismo e restaurare la morale, provocò sommosse popolari poi sfuggite di mano agli stessi promotori del movimento.

Coprotagonista del romanzo, accanto al pastore, è Jussi, un giovane e sventurato ragazzo lappone, raccolto per strada in condizioni miserevoli e adottato dal religioso, che lo educa e lo istruisce fino a trasformarlo nel suo più fidato collaboratore.

Una ragazza improvvisamente scompare, gettando il villaggio nello sconforto e nell’angoscia. Si organizzano le ricerche nei boschi. Il pastore e il suo giovane segugio mettono a frutto le conoscenze scientifiche, lo spirito d’osservazione, la logica empirica, infine trovano il cadavere della giovane, la cui morte viene sbrigativamente attribuita all’aggressione di un orso.

Apertamente ostile a Laestadius è il pigro e ambiguo procuratore Brahe, un ubriacone tronfio e cialtrone, desideroso di archiviare rapidamente la pratica, contro ogni evidenza. L’indagine minuziosa dei nostri investigatori privati, invece, fa capire che un pericoloso stupratore si aggira in libertà nei dintorni.

Gli avvenimenti si susseguono a ritmo serrato: una seconda morte, dopo un fallito tentativo di stupro, viene considerata un suicidio; una terza, per cause naturali. Laestadius e Jussi continuano a raccogliere preziosi indizi, sulle tracce dell’assassino, ma Cucinare un orso non è solo un banale poliziesco: è anche un trattato teologico-religioso, un ispirato romanzo d’amore, un film horror, con la descrizione minuziosa dei particolari più raccapriccianti, in un clima sempre più cupo, dai contorni medioevali.

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Grazie a un geniale rovesciamento, i religiosi sono gli illuminati, mentre le autorità laiche esercitano il potere con mentalità oscurantista e ottusa. Alla metà del Diciannovesimo secolo, le impronte digitali, le prime fotografie, le nuove scoperte della chimica non sono ancora ammesse nelle aule dei tribunali. La modernità avanza molto lentamente, la verità fatica a farsi strada e la giustizia non è di questo mondo.

La storia, un giallo si direbbe, in realtà non un giallo classico, ma una storia di fede e di passione, ha due protagonisti: Jussi, e Laestadius che non viene mai chiamato con il suo nome nel libro, ma è designato come “il pastore”. Entrambi narrano gli eventi raccontandoli in prima persona. Jussi dal principio per le prime tre parti e il pastore nella quarta ed ultima parte.

Il pastore salvando il giovanissimo Jussi gli ha ridato la vita e lo ha fatto essere un uomo insegnandogli la scrittura e scrivendo il suo nome sul registro della chiesa. Lo ha accolto presso di sè come un figlio, quasi a salvare l’altro figlio che gli era morto da piccolo per aver contratto il morbillo.

Il pastore rende partecipe il giovane Sami delle sue attività intellettuali e della sua vita: insieme costruiscono e portano avanti l’erbario (nella realtà Laestadius ebbe un erbario e scoprì piante che da lui presero il suo nome), ma non riesce a salvarlo dalla diffidenza che altri hanno verso di lui perchè appartiene ad un’altra cultura: è un noaidi, uno sciamano.

Un giorno una serva scompare nel bosco. Il pastore e Jussi che lo segue sempre vengono informati. Quando la giovane Hilda sarà ritrovata morta dal pastore e da Jussi, viene chiamato il giudice distrettuale Brahe che in breve, senza nessuna indagine scientifica sui fatti, conclude che la giovane è stata sbranata da un orso.

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Ben diversamente il pastore aveva scoperto che la ragazza prima di essere uccisa era stata violata, e lo aveva fatto scrivere a Jussi. In breve, invece, viene ordinata la caccia all’orso, che si rivelerà essere una orsa seguita dai suoi piccoli. Questa cade in una trappola e viene poi uccisa con i suoi cuccioli.

I contadini del luogo pensano di cucinare l’orsa e i suoi piccoli. Da cui il titolo del romanzo: Koka björn, cucinare un orso, che dovrebbe avere il sapore congiunto del maiale e del gallo cedrone. Tuttavia la cosa non finisce qui. Un’altra serva, Jolina, infatti viene trovata ferita gravemente in un granaio.

Trovata dai suoi genitori e avvisato il pastore, la ragazza sembra sul punto di rivelare la verità, quando viene trovata morta impiccata dai suoi genitori. Anche questa volta il giudice distrettuale Brahe propende per una soluzione facile, il suicidio, mentre il pastore con Jussi continua le sue ricerche.

In questo frattempo la vita nella canonica continua normalmente e il racconto si snoda come un fiume. Il pastore a Kengis è l’anima di un risveglio spirituale che propugna morigeratezza di costumi, rifiuto dell’alcol, che viene visto come demonio, perdono dei peccati e guarigione dei malati in nome di Cristo. Anche l’educazione di Jussi prosegue in un dialogo costante col pastore.

Questi ha in mente di scrivere un libro dove si veda che il male può essere sconfitto a differenza di ciò che accade in realtà. La gente vuole romanzi che parlino di crimini. E qui viene la parte più alta del processo educativo: “E ora devi imparare a parlare proseguì (il pastore), Ma io so parlare. No. Tu metti solo insieme le parole, Jussi. Parlare è tutt’altra cosa. Significa usarle per ammansire un cuore recalcitrante. Riuscire a intrufolarsi lì dentro, anche quando chi hai davanti si oppone con tutte le sue forze. Intendete dire come quando si predica? Questa settimana avremo delle visite. Verranno qui i fratelli Raattamaa e il predicatore Per Nutti. Resta anche tu ad ascoltarli. Di sicuro imparerai qualcosa”.

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Anche il giovane Jussi come tutti, ha un debole: il ballo e le ragazze. In particolare Maria, alla quale il pittore Nils Gustaf sta facendo un ritratto. Anche il pastore avrà il suo. E qui avviene il terzo assassinio che viene scambiato di nuovo da Brahe per morte naturale: la morte di Nils Gustav, derubato anche del suo denaro.

Una notte, dopo che Jussi aveva passato alcuni momenti con Maria, ecco scattare l’aggressione da parte di un cane e di due ubriachi. Jussi viene aggredito da due malviventi, uno dei quali è Roope che era invaghito di Maria, e viene lasciato mezzo morto. Il pastore lo salva per la seconda volta nella sua vita come un buon samaritano.

Ma prima c’è una riflessione che egli fa e che conviene riprendere, tenendo conto che Jussi è Sami: “Questo pensiero mi mette a disagio, il pensiero che anch’io verrò spazzato via come l’acqua senza lasciare la minima traccia. Forse sono il primo tra la mia gente a provare una cosa simile, forse questo pensiero è del tutto nuovo per noi. Il desiderio di restare. Non nel regno dei cieli, ma sulla terra, lasciando qualcosa di sè a chi verrà dopo. Essere immortalato come il pastore su una tela esposta al Salon di Parigi. Dare vita a un Risveglio che trasformi radicalmente il pensiero dell’uomo. Dare il proprio nome a una pianta appena scoperta. Scrivere un libro”.

Questo è un punto cruciale della narrazione. L’espressione della necessità di un progetto culturale anche per chi come Jussi viene dagli umili e dai poveri, la necessità, il bisogno di lasciare qualcosa dopo di noi. E qui l’interpretazione del risveglio come di una realtà che trasformi il pensiero dell’uomo.

I guai di Jussi non sono finiti qui. Con Maria architetta un piano di fuga, senza sapere che Maria lo perderà. Un uomo travestito da donna cattura Jussi che verrà portato nel carcere di Jumeå ed accusato dell’assassinio di Hilda, Jolina e del tentato assassinio di Maria, che invece sapeva come erano andate le cose.

L’ultima parte, la quarta, del libro ha per narratore e protagonista assoluto il pastore attraverso il quale è Niemi a parlare. L’apertura è molto bella: “Questa è la mia gente, la gente del nord. È per loro che predico. Sono così pochi, così sparpagliati. Se l’uomo di città è come il piombo, l’uomo del nord è il vento. Non ha peso. Si muove senza lasciare impronte, senza fare rumore. Un pizzico di sabbia gettato dentro una stanza scompare. I granelli ci sono ancora, ma nessuno riuscirebbe più a ritrovarli. Così sono gli uomini del nord”. È una descrizione bella e vera.

Gli uomini del nord sanno “che l’amore è potersi stendere vicino al fuoco con un amico. Voltare le spalle al buio. Stringersi l’uno all’altro e raccontarsi durante l’interminabile inverno. E che questo è il modo più bello di stare al caldo”.

Anche il pastore è ambizioso come i visitatori, però: “tra me e loro c’era una differenza. Io lì ci ero nato. Mia madre era lappone, e io avevo sangue lappone nelle vene. La montagna era il paesaggio della mia infanzia, non ero un visitatore di passaggio. E un giorno le mie spoglie avrebbero riposato nelle terre del nord. Quella era la mia gente, la mia terra, la mia casa per l’eternità”.

Le ultime cento pagine del libro sono le più rocambolesche perchè contengono i tormenti di Jussi, del pastore, le visioni notturne del pastore, l’entrata di un personaggio nuovo, la rivelazione del nome dell’assassino e il destino di Jussi. Alla fine Jussi si ricongiungerà a Maria, ma in fuga verso le coste dell’Artico, in Norvegia. Un Sami sposerà una svedese. Il pastore registrerà il matrimonio.

Titolo: Cucinare un orsoAutore: Mikael NiemiTrad. di A. Albertari e A. ScaliGenere: Narrativa nordicaCasa editrice: IperboreaData di Pubblicazione: 2018Pagine: 507

Cucinare un orso non è un libro di cooking estremo e non è (solo) un giallo scandinavo, anche se incentrato su un'indagine a Nord del mondo. E allora cucinare un orso, e accostarcisi come a un'eucarestia, diventa cibarsi della conoscenza, esporsi al rischio per conquistare la libertà.

Dopo Musica rock da Vittula, bestseller mondiale e vincitore del premio August, Mikael Niemi torna alle sue radici lapponi con un giallo storico che ricorda Il nome della rosa di Umberto Eco e Lila di Marilynne Robinson.

Lars Levi Laestadius è un carismatico pastore di origini sami, esperto botanico e fondatore di un movimento religioso revivalista che a metà ’800 si diffonde a macchia d’olio tra la gente del Tornedal, nell’estremo Nord della Svezia e della Finlandia.

Jussi è il suo fedele compagno e discepolo, un ragazzo sami che Laestadius ha adottato, salvandolo dalla miseria e insegnandogli tutto sulle piante e sulla natura (ma anche a leggere, scrivere e, non meno importante, ad amare e temere Dio). Nell’estate del 1852 nel villaggio di Kengis, Jussi e il pastore sono chiamati d’urgenza da una famiglia di contadini della zona perché una ragazza che badava alle mucche è scomparsa nella foresta.

Pochi giorni dopo viene ritrovata uccisa e la gente del posto subito sospetta di un orso. Lo sceriffo Brahe è pronto a offrire una ricompensa per catturare l’animale, ma il predicatore trova altre tracce che indicano un assassino assai peggiore ancora in libertà, e insieme a Jussi s’improvvisa detective, ignaro del male che lentamente si sta avvicinando a lui e che minaccia di distruggere la sua azione di rinnovamento spirituale.

Con la scrittura audace e ingegnosa che lo contraddistingue, capace di intessere poesia e humour tagliente, Mikael Niemi costruisce un giallo storico appassionante e visionario e s’interroga sulle grandi questioni filosofiche della vita, calandoci nel cuore di una piccola comunità ferita da grandi eventi ai margini artici del mondo.

Benvenuti nell’estremo nord della Svezia, tra Kengis e Pajala, non lontano dalla Rovaniemi di Babbo Natale. Siamo nella metà dell’Ottocento, nelle immense terre sconfinate, dove le popolazioni, le lingue e le etnie si mischiano e la terra non è davvero di nessuno; eppure c’è tanto spazio per odiare.

Da un lato abbiamo i boschi, la natura immacolata, le piante con la loro ordinata catalogazione, che il pastore luterano Laestadius pazientemente insegna a Jussi, nomade Sami, dispregiativamente chiamato dai paesani “noaidi”, lo sciamano. Dall’altra abbiamo il “male”, il caos che si annida nelle città degli uomini, che ne sconvolge gli animi.

Laestadius ha esperienza di entrambe, oltre che un religioso, è anche uno scienziato: è capace di raccogliere indizi e di dedurre logicamente, come il miglior matematico; ma contemporaneamente è capace di percepire l’onda distorta del male che si insinua e scorre tra i suoi parrocchiani.

I suoi fedeli, in gran parte Sami, apprezzano queste sue capacità quasi sciamaniche e se è vero che per tutte le chiese cristiane il male è il male e il bene è il bene, non ovunque i fedeli sono incoraggiati a percepirli, come in grembo al suo movimento revivalista, nella pratica della Liikutuksia (sorta di estasi in cui i fedeli in trance si tenevano per le spalle in una specie di danza oscillatoria durante la quale confessavano i loro peccati).

Il male vuole sesso, il male vuole sangue; vuole disprezzo, vuole violenza e tutto quello che desidera gli viene dato. Così improvvisamente una giovane fanciulla viene trovata morta nel bosco, anzi: immersa nello stagno, come se un orso l’avesse prima uccisa e poi messa al sicuro da altri predatori. Una sommaria, crudele giustizia viene fatta dalla polizia e il caso archiviato.

Ma anche se l’orso è morto, la violenza continua. Laestadius capisce da subito che il mostro non viene dai boschi ma si muove tra gli uomini. E già è consapevole che, assaggiato il primo sangue, ne vorrá ancora. Le sue indagini sempre più sottili e sempre più dettagliate lo spingono lontano e noi lo seguiamo a fatica, finché non capiamo in definitiva che non avevamo capito niente.

Mentre il suo intelletto fine ed il suo senso di giustizia si adoperano alla soluzione del caso, la polizia sembra appositamente sviare le sue indagini e la popolazione se la prende con il giovane Jussi, che ha come unica colpa di essere nomade, di andare e venire, e di essere figlio di nessuno.

Ho camminato nel freddo di quei boschi assieme a loro, sono entrata con loro nel pörte (casa di legno) del pastore, ho assaggiato la pappa d’avena di Brita Kajsa, sua moglie, versato nella kåsa (scodella in legno) di Jussi; sono entrata con loro nella sauna di casa; mi sono aggirata con loro nei boschi perché Maa vettää: la terra chiama. Non mi sono distratta mai un minuto, tutta presa a capire, a leggere gli indizi ma soprattutto a guardarmi intorno. Ho viaggiato per le loro terre come si fa in un sogno incantevole, con la speranza di ricordare tutto al risveglio. E con Jussi ho pensato che c’è anche un modo semplice di vivere su questa terra, per un uomo:

“Senza saccheggiare o distruggere. Senza esistere davvero. Semplicemente come il bosco, come il fogliame estivo e lo strame autunnale, come la neve d’inverno e le distese di boccioli che a primavera si schiudono al sole.

Tabella dei Personaggi Principali

Personaggio Descrizione
Laestadius Pastore protestante, botanico esperto e figura centrale del Risveglio spirituale.
Jussi Giovane lappone adottato da Laestadius, suo discepolo e collaboratore.
Brahe Giudice distrettuale pigro e ambiguo, ostile a Laestadius.
Maria Ragazza del villaggio, oggetto del desiderio di Jussi.

Cucinare un orso di M. Niemi

Mappa della contea di Norrbotten, Svezia

Mappa della contea di Norrbotten, Svezia, dove è ambientato il romanzo.

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