Nel panorama della musica italiana, alcuni album si distinguono per la loro capacità di rompere gli schemi e sfidare le aspettative. Uno di questi è senza dubbio "Campi di Pop Corn" di Gianluca Grignani, pubblicato nel 1998. Questo disco, uscito per Polydor/Universal, rappresenta un momento di svolta nella carriera dell'artista milanese, un'opera musicalmente schizofrenica che ha diviso il pubblico e la critica, ma che oggi merita di essere riscoperta e rivalutata.
Dopo il successo travolgente di "Destinazione Paradiso" (1995), Grignani era al suo apice, ma anziché replicare la formula vincente, decise di intraprendere un percorso artistico più audace e sperimentale. "Campi di Pop Corn" è un album che richiede tempo per essere metabolizzato, masticato e risputato con la stessa viscerale forza con cui colpiscono questi 12 brani dritto in faccia.
Un Sound Tagliato con l'Accetta
Il risultato è un disco italianissimo prodotto da mani straniere, quelle di Jay Healy, collaboratore di Patti Smith e Bruce Springsteen. È forse questo il crash che fa rendere la fatica discografica diversa dalle altre grazie a un sound tagliato con l’accetta, dove squarci acidi e psichedelici convivono con ritornelli aperti, maledettamente ariosi e orecchiabili che non sviliscono le intenzioni.
Tastiere pesanti e taglienti fanno capolino in “Candyman“ così come in “Buongiorno Guerra“, preparando il gran finale che arriva in “The Joker“, dove il nostro si confessa: “Non sono una persona equilibrata/e ho l’anima sdoppiata che ogni tanto viene su“. Questo verso è quasi rivelatorio per quello che succederà negli anni futuri, tra uscite non particolarmente brillanti e gesti che hanno destato scalpore.
Un lavoro che profuma d’Europa, non solo di rock italiano, e che inizia il suo percorso dall’America grazie alla presenza nella produzione di Jay Healy. Questo è, probabilmente, il vero Gianluca Grignani. Quel genio e sregolatezza molto spesso bistrattato dai social e dai meme, ma che invece avrebbe meritato - e merita tutt’ora - ben altro tipo di considerazione.
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Analisi delle Tracce
L'album si apre con "Baby Revolution", un brano dall’apertura ‘psichedelica’ che approda quasi subito al ritornello, semplice e melodico: “Baby baby revolution/dici che mi ami/ ma com’è che ti chiami/ baby, baby revolution/ dici che ci stai/ e poi già te ne vai…”. Secondo Grignani, "L’idea di “Baby revolution” mi è venuta un anno e mezzo fa, quando ero in Argentina per promuovere “Destinazione paradiso”. Parla di una ragazza…rivoluzione”.
La title track, "Campi di Pop Corn", e "La Canzone" riportano un po' al Grignani degli esordi, con quella malinconia che lo aveva contraddistinto. Ma è comunque un Gianluca sognatore, che parla quasi piangendo con la ragazza ideale, addormentatasi accanto a lui, o che sogna di camminare per prati bianchi di pop corn sostenuto dal vento "che lo aiuta a far tornare il sole". Voglia di normalità dopo la precedente sbandata musicale?
Dopo la parentesi "grunge" di "Dalla cucina al soggiorno", si torna alla tristezza di "Marce 1/2", una ballata malinconica che ricorda "Sally" di Vasco Rossi. La nuova immagine di Jocker tra realtà e fantasia si rivede in "Jocker" e soprattutto in "Candyman", in cui i richiami ai Radiohead più malinconici sono evidenti.
In questa seconda parte l'album accusa una brusca frenata di creatività, nota dolente che si avverte in canzoni come "Mi piacerebbe sapere" (comunque molto orecchiabile) "Little man" e "Buongiorno guerra". Sembra quasi, in questo momento, che le idee del cantautore milanese siano venute meno. Forse strozzate? Mistero.
Nonostante ciò, rimane un buon lavoro, ben suonato e ben cantato, anche se meno ispirato del prorompente secondo album. Chi si aspettava da Grignani una sorta di iperbole verso la sperimentazione, ne rimarrà deluso. Come scritto sopra, con e soprattutto dopo questo "Campi di pop corn", l'onda si ritira poco a poco. Seguiranno partecipazioni anonime ai miseri Festival di San Remo e album scialbi.
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Nel brano "Marce 1/2", si parla di una donna che aleggia costantemente nel suo disco. Non è solo lei, però, la protagonista del disco. C’è la presenza fissa e costante della donna che, poi, è diventata moglie e madre dei loro quattro figli, la fotografa Francesca Dall’Olio, che, tra l’altro, realizza tutti gli splendidi scatti dell’album.
Era già tutto scritto. Ci sono i Radiohead acustici in Candyman, c’è il Vasco melodico (ringraziato anche nel booklet dell’album fisico per le telefonate in orari fuori dal normale), c’è tanto, ma non troppo.
| # | Titolo |
|---|---|
| 1 | Baby Revolution |
| 2 | Campi di Pop Corn |
| 3 | La Canzone |
| 4 | Dalla Cucina al Soggiorno |
| 5 | Marce 1/2 |
| 6 | The Joker |
| 7 | Candyman |
| 8 | Mi Piacerebbe Sapere |
| 9 | Little Man |
| 10 | Buongiorno Guerra |
| 11 | Dio Privato |
| 12 | Scusami Se Ti Amo |
Così ho sempre immaginato, ascoltandolo, il finale di questo disco nervoso, arrabbiato, psichedelico, confuso, sentito. Non mi interessa pensare a ciò che comincerà a fare dopo quest'album, musicalmente, Grignani. Mi interessa, invece, riflettere sulla sorprendente qualità artistica dei primi 3 lavori del Nostro, di cui questo meraviglioso "Campi Di Popcorn" rappresenta il punto più alto.
Perchè ha un attacco bruciante ("Baby Revolution"), perchè contiene intensi pezzi lisergici ("Candyman", "Campi Di Popcorn", "Buongiorno Guerra"), perchè c'è confusione, nevrosi, rabbia ed entusiasmo in pezzi allucinati conditi con chitarre grunge come "The Joker" e "Dalla Cucina Al Soggiorno" caratterizzate da uno schizofrenico alternarsi tra calma (apparente) e furia cieca o "Scusami Se Ti Amo" in cui il crescendo emotivo sfocia nelle urla finali; perchè in un pezzo con un'ossessiva ritmica tribale come "Dio Privato" non mi sarei mai aspettato improvvise oasi melodiche in cui respirare.
E poi c'è un'anima scoperta che va alla ricerca disperata di un senso, a volte in modo più vigoroso ("Little Man", "Mi Piacerebbe Sapere"), a volte più intimista ("Marce 1/2", " La Canzone"). Tutto è accompagnato da quelle atmosfere sognanti tipiche dell'autore, qui immerso nelle sue passioni, nei suoi tormenti, nella sua sincera incoscienza artistica ed umana. Una meravigliosa incoscienza.
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Campi Di Popcorn
Gianluca Grignani nasce a Milano nell’aprile del ’72 e cresce nella periferia nord fino ai 17 anni; dopodiché si trasferisce a Corezzana, in Brianza, e inizia a scrivere le prime rime musicali e a suonare nei locali della zona. La sua carriera musicale è influenzata sin dalla giovane età da artisti come i Beatles, i Nomadi, i Police ma il suo mito indiscusso fin da quando è bambino però è Elvis Presley.
Un punto di svolta per la sua vita è l’incontro col produttore e chitarrista Massimo Luca e con il compositore Vince Tempera, i quali propongono il giovane Grignani alle case discografiche più importanti: così, nel ’94, la PolyGram lo mette sotto contratto e lo candida a Sanremo Giovani con il brano “La mia storia tra le dita” e, successivamente, alle Nuove Proposte di Sanremo con “Destinazione paradiso”, il quale dà il nome al suo primo album e gli permette di scalare le vette delle classifiche, arrivando anche in Sudamerica.
Dopo l’enorme successo, scompare improvvisamente dalle scene: alcuni iniziano a pensare che sia morto di overdose. Ovviamente, tali hanno torto e Grignani torna sulle scene un anno dopo con “La fabbrica di plastica”, che, nel 2013, in un sondaggio condotto dalla rivista Rolling Stone, viene eletta come la canzone più rappresentativa del rock italiano.
Non solo musica nella vita di Gianluca Grignani: nel 1999, oltre a partecipare a Sanremo, recita come protagonista nel film “Branchie”, tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti e la cui regia è di Francesco Ranieri Martinotti; si appassiona al tennis, allo sci, all’arrampicata e soprattutto alla scrittura, tanto da realizzare la sua autobiografia, “La Mia Storia Tra le Dita”, nel 2010.
Circa la sua partecipazione al Festival di Sanremo 2023, Grignani dichiara: “Il perché credo sia il karma… Da un po’ di tempo non programmo niente, lascio che le cose accadano come devono accadere, se proprio devo fare programmi sono lunghissimi, in modo di non poter morire mai. La canzone che porto a Sanremo, Quando ti manca il fiato, avevo già pensato di proporla al Festival qualche anno fa, poi avevo cambiato idea, non mi sentivo protetto da me stesso per poterla fare.
Un'onda che piano piano si forma, all'orizzonte, vistosa, grande ("Destinazione Paradiso"), s'infrange con irruenza, potenza e bellezza sulla riva di una spiaggia arida e deserta ("La fabbrica di plastica"), spumeggia e si avvicina delicatamente alla sabbia prossima al lungomare ("Campi di pop corn") e poi piano piano, lentamente, si ritira, senza lasciare (o quasi) traccia ("Sdraiato su una nuvola" e relativi seguiti). Così io rendo l'idea dell'ascesa del "Grigna" e della sua lenta discesa.
L'album del quale scrivo è innanzitutto diverso, sia come tematiche che come tipo di musica, da quello precedente. Se il Grignani spelacchiato del 1996 era un ragazzo che voleva spaccare la vetrina del suo negozio di giocattoli, frutto di una "Fabbrica di plastica" della quale, però, non si sentiva figlio, quello del 1998 è di nuovo capellone, un sognatore, un cantautore che sembra chiedere un'armistizio con la massa che aveva storto il naso nei confronti della sua improvvisa sbandata dopo "Destinazione Paradiso".
Ciò pare evidente già dalla copertina e dal libretto (plastificato, patinato, dai colori intensi, differente dalla semplicità, da quella voluta povertà di dettagli e da quella stupenda carta riciclata dell'album precedente, che aveva stupito anche me), o da come è stato impostato il lavoro, che inizia forte per piacere ai fan e piano piano si va calmando. Come un temporale. Basta ascoltare per rendersene conto."Baby revolution", hit single nonchè canzone di lancio dell'album, sembra in un primo momento ricordare "La fabbrica di plastica", ma già nel ritornello è più dolce e meno ruvida.
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