“La fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane.” Questa frase di Italo Calvino ben riassume in sé il pericolo costante, proprio della stessa mente umana, di lasciarsi trascinare nei propri meandri, rischiando di far perdere contatto con il mondo circostante. Allo stesso modo, si può subire l’influenza di programmi televisivi, social, romanzi.

Arturo Graf disse: “La più grande amica e la più grande nemica dell’uomo è la fantasia.” E Mario A. Fin dall’origine dei tempi, il cibo ha rappresentato un medium tra il soggetto e la dimensione sociale, politica e sacra dell’esistenza, in quanto dispositivo funzionale e significante. Divenuto oggetto di pensiero e di programmazione di attività complesse, esso assume la carica simbolica di congegno capace di connettere l’uomo con il mistero dell’esistenza: in questo senso, il comportamento alimentare è un importante strumento di analisi psicologica, sociale e culturale, tanto che Roland Barthes afferma che esso è in ogni luogo e in ogni epoca un atto sociale tipico della specie umana.

Il Pane: Cibo e Simbolo Universale

Fra i diversi alimenti, quello che ha il pregio di essere cibo e simbolo in culture anche lontane fra loro è il pane. Secondo l’antropologa Cristina Papa, «il pane è il prodotto che deriva dalla lavorazione di un impasto solido e omogeneo di acqua e vegetali ridotti in farina o poltiglia, cotto attraverso l’esposizione al fuoco o altra fonte di calore, direttamente o con l’intermediazione di acqua e grassi». L’archeologia di questo alimento ci narra di tecniche di panificazione già presenti nel Neolitico. Nel villaggio La Marmotta, sul lago di Bracciano, negli scavi di Castione dei Marchesi (Parma), e anche in altri luoghi del bacino del Mediterraneo sono stati rinvenuti frammenti di pane non lievitato dei quali non è possibile ricostruire con precisione la composizione e la forma.

Pane

Ma è solo con l’arte culinaria degli egizi - che Ecateo di Mileto chiama “mangiatori di pane” - che nasce l’usanza del pane lievitato, poi diffusasi in tutto il Mediterraneo. Morbido e fragrante, il pane appena sfornato è caldo come il corpo di un neonato. La sua funzione di alimento primario, probabilmente, risiede nelle potenzialità simboliche della sua preparazione: come la birra, il pane si ottiene dalla fermentazione di semi poi bolliti o cotti al forno; oggi sappiamo che tale procedimento è paragonabile a un processo infettivo causato dal lievito, ma agli occhi degli antichi dovette apparire un fenomeno molto simile all’ingrossarsi del ventre di una donna incinta, inducendoli ad attribuire a questo alimento qualità magiche. Non è un caso che i primi fornai in Egitto erano anche ginecologi cui si rivolgevano le donne che sospettavano di avere una “ciambella in forno”.

Il pane ha assunto un ruolo centrale nella dottrina religiosa, assurgendo a congegno simbolico di “corpo di Dio” e “mensa comune”. La teologia cristiana, infatti, ha incorporato il cibo come riferimento qualificante di un contesto significativo: «la dottrina della rivelazione attesta che la condizione umana, originariamente creata a imitazione di Dio, è afflitta dal peccato patendo continuamente i dolori della carne. Il cibo, in quanto bisogno primario per la sussistenza, diviene pertanto occasione privilegiata per espiare e purificare il corpo da questa condizione di afflizione». Per i cristiani il pane e il vino rappresentano il corpo e il sangue di Cristo che «si è proclamato “pane vivo disceso dal cielo”. Inoltre Gesù ha dato la sua vita come “pane spezzato per un mondo nuovo” mentre il suo sangue è stato versato per “un’alleanza nuova ed eterna”, quella, appunto, del perdono e della riconciliazione».

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Gesù si è presentato come cibo spirituale per gli uomini: «come un pane e un vino capaci di comunicare a quanti lo mangiano e lo bevono nella fede la sua propria vita divina e, per il fatto che egli viene da Dio, egli allora è un dono di Dio offerto a tutti. Così l’uomo trasforma il grano in pane e poi il pane in una realtà spirituale (…) L’uomo viene invitato alla mensa di Dio il quale, da parte sua, viene a spezzare il pane con lui. Diventati corpo e sangue di Cristo, il pane e il vino non solo comunicano la vita pura e semplice, ma la vita stessa di Dio».

Muovendosi fra letteratura, mitologia e storia delle religioni, Carl Jung delinea un percorso da cui la teofagia emerge come pratica radicata in diverse società umane: a proposito dei sincretismi fra religione cristiana e riti pagani, durante i culti orgiastici in onore di Dioniso, che scendeva negli inferi per poi resuscitare, i suoi fedeli ritenevano senza dubbio di fare a pezzi il dio stesso, cibandosi della sua carne e bevendo il suo sangue. Elias Canetti descrive la comunione dei cristiani, come “pasto collettivo”, ovvero pratica di accrescimento di tipo particolare volto all’ “incorporarsi collettivo”: «nelle religioni superiori la comunione acquista un nuovo significato: l’accrescimento dei fedeli. Se la comunione resta intatta e si compie correttamente, la fede acquista sempre più terreno e sempre più seguaci. L’animale divorato cerimonialmente dai cacciatori tornerà a vivere, risorgerà e si lascerà nuovamente cacciare.

Estendendo il discorso alla dimensione più strettamente “tecnologica”, è utile rilevare come in Occidente, dove le diete si sono evolute verso un crescente utilizzo della farina e del pane, si sono perfezionate sempre di più anche le tecniche di costruzione del mulino, il macchinario atto alla sua produzione, e, fra l’altro, anch’esso “macchina” di significati. Infatti, a partire dal Settecento, l’industria molitoria fu una delle prime industrie di processo, e la prima che ricorse all’automatizzazione del lavoro. Nel XVIII la sostituzione di mulini a palmenti con quelli a cilindri d’acciaio permise di ottenere farine raffinate: il risultato fu il progressivo disuso del pane nero a favore del pane bianco.

Il Pane nell'Arte: Un Simbolo di Sussistenza e Comunicazione

La breve ricostruzione storica sull’utilizzo del pane non ha la pretesa di esaurire la descrizione di un argomento tanto complesso quanto suggestivo, che meriterebbe ulteriori ricerche in prospettiva sistemica, ma tenta di sottolineare un aspetto specifico della sociologia alimentare: la funzione simbolica del cibo e del pane, il quale può essere descritto come un vero e proprio “medium” di sussistenza e di comunicazione. La rappresentatività simbolica del pane si è tradotta in rappresentazione estetica: il pane, infatti, ha assunto nella storia dell’arte la valenza di cibo allegorico, diventando oggetto di riproduzioni varie e variegate.

La storia del pane dalle origini ad oggi

Pur nella tendenza a creare mondi impossibili, l’arte riflette le peculiarità del contesto di riferimento, attraverso un processo di “rispecchiamento” creativo che, lunghi dal configurarsi come mero realismo, è atto dove convergono istanze poietiche e semiotiche. Nel caso del pane, ciò che si è rivelato “buono da mangiare”, è diventato anche “buono da pensare” e conseguentemente ha trovato nell’arte - altare della sublimazione - uno spazio privilegiato dove essere e non essere ciò che è. Quello che potrebbe apparire come un gioco di parole, esplica una delle caratteristiche principali dell’arte, formalizzata da F. Crespi come forma di comunicazione ambivalente perché al contempo “sociale”e “a-sociale”: il pane dell’arte è contemporaneamente oggetto e simbolo che diventa altro da sé, facendosi portatore di un significato che in ultima analisi resta inafferrabile e inoggettivabile.

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L’iconografia del pane traccia una parabola che tocca tutte le epoche, attraversando non solo l’arte sacra, dove per i riferimenti al Corpo di Cristo è oggetto privilegiato di rappresentazione, ma stili e momenti diversi. A partire dal XVI fino al XVIII secolo il pane compare nelle nature morte, genere pittorico che proprio in quel periodo conosceva rinnovata fioritura anche grazie a un nuovo interesse per l’indagine scientifica volta allo studio analitico della “realtà”. A questo proposito basti pensare alla “Natura morta con pane, salame e noci” del Pitocchetto (1750 ca.) o alla “Natura morta con pane e fichi” (1760) di Luis Meléndez.

Esempi di Rappresentazione del Pane nell'Arte Contemporanea:

  • Picasso: In un’acquaforte dal titolo “Pasto frugale”, realizzata a Parigi nel 1904, rappresenta una coppia di coniugi dinanzi ai resti della loro cena.
  • Jean Hélion: In “Nude with loaves” del 1952, l’artista ritrae una donna nuda di spalle, posizionata dietro a un tavolo su cui posano due filoni di pane, mentre a terra, sul tappeto dove c’è anche una vecchia scarpa maschile, giace un altro pezzo di pane.
  • Claes Oldenburg: Nel 1962 realizza “Floor Burger”, una gigantesca scultura a forma di hamburger (tela, gommapiuma e cartone) che misura 213,4 centimetri di diametro e un metro e trentadue di altezza.
  • Man Ray: Dipinge interamente di blu cobalto un filone di pane (1960), annullando l’idea di commestibilità del pane e sollecitando lo spettatore a riflettere su altri significati, fra questi: il pane come emblema della fecondità, l’analogia per forma tra fallo e baguette, e il blu come tinta legata alla mascolinità accostata al cielo in opposizione all’abbinamento donna/terra.
  • Piero Manzoni: Nell’opera Achrome del 1962 allinea una serie di michette lombarde ricoperte di caolino: l’intenzionalità dell’artista risiede nel desiderio di proporre un modo diverso di guardare l’arte, ma anche la vita, secondo un approccio più organico, quasi “ecologico”: in questo senso, la fruizione dell’arte diventa comunione eucaristica con l’assoluto.
  • Erik Dietman: Realizza con bastoni di pane la scritta PAIN (1967), operando una sovrapposizione fra significato e significante: una tautologia che evoca il dolore (pain in inglese) connesso alla sua mancanza.

La carrellata di opere descritte segue un approccio di ricerca apparentemente frammentario, ma che intensionalmente si inserisce nelle logiche dell’indagine scientifica sempre aperta e incompiuta. Le opere selezionate costituiscono i nodi paradigmatici di una rete di significati fatta di cibo e simboli che va espandendosi sempre di più, fino a valicare i confini dell’arte per abbracciare pratiche sociali complesse, come il food porn e il networked food, dove l’estetica della rappresentazione fotografica condivisa trova compimento.

Cestino di pane di Dalì

Salvador Dalí: L'Ossessione per il Pane

Il binomio arte/pane trova nel surrealismo di Salvador Dalí un’articolazione complessa dove si intrecciano, cibo, arte e vita. A sei anni Dalí voleva diventare cuoco. L’arte venne dopo, ma il desiderio infantile non fu mai dimenticato: l’ossessione per il cibo rappresenta una costante della sua pittura, nella quale i piaceri della tavola, trasfigurati e sublimati in composizioni surreali, assumono una spiccata connotazione erotica.

«La mia pittura è gastronomica, spermatica, esistenziale» diceva, sintetizzando in tre aggettivi uno stile in cui simboli e sogni diventano allucinazioni di realtà parallele. L’estetica del cibo trova il massimo compimento nel libro di ricette afrodisiache “Le cene di Gala” (1973) dove Dalí, giocando con il nome della moglie, propone un menù di pietanze succulente, delizia per gli occhi e per il palato, entrée di più dolci piaceri. L’alimento che più di tutti stuzzicò la fantasia del pittore fu il pane, il tema più feticista e ossessivo del suo lavoro al quale è sempre rimasto fedele.

La sua prima rappresentazione iconica è “Cestino di pane”, un dipinto a olio del 1926. Se la paternità dell’opera non fosse certa, lo si potrebbe attribuire a un pittore classico, tanto il piccolo quadro si discosta dal suo tratto: la pittura raffigura quattro pezzi di pane spalmati di burro e adagiati in un cestino posto su un panno bianco, il cui drappeggio ricorda quello dei grandi maestri barocchi. Nel 1945 il pittore realizza una seconda versione dell’opera, più matura e per certi versi più suggestiva, presentata alla mostra “Recent paintings by Salvador Dalí” che si tenne a New York nello stesso anno, un’opera spiccatamente realista, ma che non per questo appaga meno l’immaginazione.

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Ma il realismo non basta. La sperimentazione artistica spinge Dalí su territori scivolosi: in “Pane antropomorfo - pane catalano” del 1932, un filone di pane assume chiaramente i tratti di un enorme fallo. È la bellezza commestibile: la comunione dell’arte, la sacralità del sesso. È il dogma cristiano del pane che diventa corpo. Una sintesi efficace di questi elementi è rintracciabile nella versione del 1950 di “Madonna di Port Lligat” dove la Madonna, impersonata da Gala, tiene in grembo il Cristo bambino, nel cui ventre vi è un “riquadro” contenente un pezzo di pane. Sul capo della Madonna pende un uovo: altro elemento essenziale della sua pittura, simbolo della femminilità e della nascita.

La pittura è appagante, ma per un esteta l’arte e la vita devono coincidere. È il 12 maggio del 1958 quando, in occasione della Fiera di Parigi, Dalí sfila, accompagnato da Georges Mathieu e da una schiera di panettieri con baffi finti, per le vie della città, in testa a una processione che santifica una baguette lunga ben dodici metri, portata in spalla come fos...

Fantasia e Realtà: Un Equilibrio Necessario

La fantasia viaggia veloce, percorre strade sorprendenti e vede quello che non c’è. È pane quotidiano soprattutto per gli scrittori, gli sceneggiatori, i creatori di storie. Viene da pensare che la fantasia possa davvero fare ciò che vuole. O invece è necessario che rispetti dei vincoli, delle regole? «Lungi dall’essere una facoltà completamente libera e sregolata, la fantasia funziona su basi molto concrete e reali», fa notare Carola Barbero che ricorda anche un’intervista che Italo Calvino concesse quarant’anni fa ad Alberto Sinigaglia e Bruno Gambarotta: «Io credo che per prima cosa ci vogliano delle basi di esattezza, metodo, concretezza, senso della realtà - diceva lo scrittore -. È soltanto su una certa solidità prosaica che può nascere una creatività. La fantasia è come la marmellata: bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane». E queste fette di pane - aggiunge la professoressa Barbero - sono tutte le nostre esperienze, «storie vecchie tramandate di generazione in generazione, persone che abbiamo conosciuto e non ci sono più, aneddoti che ci hanno raccontato e non sappiamo nemmeno se siano veri. È dalla concretezza (o dalle sbarre) delle nostre esistenze che la fantasia prende vita per portarci in alto, «nel blu dipinto di blu», come cantava Domenico Modugno”.

Proprio sulle regole della fantasia si è interrogato a lungo anche Gianni Rodari, straordinario crea­tore di storie, che con la sua Grammatica della fantasia (Einaudi) ci ha lasciato un manuale «per mettere in movimento parole e immagini», il catalogo di quelle tecniche d’invenzione che ha divulgato nelle scuole e tra i bambini. Rodari era sempre rimasto colpito da uno dei Frammenti del poeta e filosofo tedesco Novalis (1772-1801): «Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare». Ecco dunque l’esigenza di mettere in moto tutti i meccanismi della fantasia.

Una storia - ci ha insegnato Rodari - può nascere anche solo da un «binomio fantastico», l’abbinamento di due parole apparentemente distanti, prive di legami: «Quando facevo il maestro, mandavo un bambino a scrivere una parola sulla facciata visibile della lavagna, mentre un altro bambino ne scriveva un’altra sulla facciata invisibile. Se un bambino scriveva, in vista di tutti, la parola “cane”, questa parola era già speciale, pronta a far parte di una sorpresa. Girata la lavagna, si leggeva, poniamo, la parola “armadio”. Ora, un armadio, in sé, non fa né ridere né piangere. Ma quell’armadio, facendo coppia con un cane, era tutt’altra cosa. Era una scoperta, un’invenzione, uno stimolo eccitante». E da lì poteva germogliare un racconto, una storiella. Lo stesso processo di «spaesamento sistematico» è stato adottato anche da vari artisti, come Giorgio De Chirico che nelle sue visioni metafisiche dipingeva un armadio immerso in un paesaggio classico.

La Fantasia Oggi: Tra Lusso e Necessità

Oggi esiste (o resiste) ancora la fantasia? «Di sicuro oggi la fantasia è un lusso che si possono concedere soltanto le persone che siano disposte a fare uno sforzo, ma anche a trovare la maniglia della porta della fantasia», sorride Carola Barbero. Di solito si pensa che i bambini abbiano tanta fantasia e gli adulti invece la perdano, «ma questo non significa che scompaia la porta della fantasia - continua la docente -. Semplicemente gli adulti non riescono più a trovarne la maniglia perché non hanno tempo, non hanno pazienza o hanno perso la capacità di stupirsi. Con lo scorrere degli anni, diventano sempre più parte degli ingranaggi della loro esistenza, delle loro abitudini e dei loro doveri, e spesso non hanno più la disponibilità a introdurre variazioni».

Secondo la professoressa Barbero, «nei più piccoli, come negli adulti, si è perso il fascino della pagina bianca, del vuoto. Anche nei dibattiti dei filosofi antichi compariva questo horror vacui, e tuttavia il vuoto (come ci hanno insegnato gli atomisti) è l’unica condizione che permette il movimento». Guardando gli adulti «che riempiono furiosamente ogni angolo vuoto», anche i bimbi stanno smarrendo la capacità di mettersi davanti a un foglio bianco (che può anche dire semplicemente fissare un muro o il soffitto) senza essere già stracolmi di contenuti. «Si teme la noia come se fosse la strega cattiva - prosegue Carola Barbero - quando invece proprio nei momenti più “vuoti” o più distratti possono nascere le idee più geniali».

Fantasticare troppo può diventare un problema, può far perdere il contatto con la realtà (e diventa anche una malattia, il maladaptive daydreaming o disturbo da fantasia compulsiva). Ma un pizzico di sana fantasia fa bene a tutti. Come quando viaggiamo in treno e guardiamo il mondo che «corre» fuori dal finestrino. Oppure quando ci incantiamo a fissare un quadro e pensiamo alla storia di coloro che vi sono ritratti. Quante idee possono nascere in quel momento... La fantasia è vita, desiderio, proiezione futura. E, tutto sommato, se non ci fosse la fantasia bisognerebbe inventarla.

La fantasia è come la marmellata, uno non se la può mangiare a cucchiai, perché dopo il terzo cucchiaio tutto quel dolce è stucchevole. La marmellata va messa sul pane, cioè va messa su un sapore diverso: la fantasia va messa su qualcosa di reale.

Riassunto dei punti chiave:

Concetto Descrizione
Definizione di fantasia Tutto ciò che prima non c'era, anche se irrealizzabile (Munari).
Ruolo del pane Simbolo di sussistenza, comunicazione e rappresentazione artistica.
Fantasia e realtà La fantasia deve essere "spalmata" su una solida base di realtà (Calvino).
Fantasia oggi Un lusso che richiede sforzo e la capacità di stupirsi (Barbero).

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