Quanti Paolo Conte esistono dentro Paolo Conte? Risposta: ne esistono uno, nessuno e centomila. Un’accurata analisi della poetica e dell’immaginario del più celebre cantautore italiano, un’immersione nella sua musica tra jazz e swing, un’attenta ricostruzione dell’intreccio tra biografia personale ed evoluzione lirica.

Sì, perché il distinto avvocato e pittore di Asti, l’uomo che ama il jazz di Art Tatum ed Earl Hines sopra ogni cosa, l’uomo che ha composto brani epocali come "Azzurro", "Messico e nuvole", "Onda su onda" e "Bartali", l’uomo che fa musica per immagini quasi fosse cinema e fa cinema in suoni e parole quasi fosse facile, l’uomo che, dal 1974 a oggi, ha inventato versi surreali e al contempo iperrealistici tipo «ma come piove bene sugl’impermeabili», «beviti ’sto cielo azzurro e alto che sembra di smalto», o ancora «ti offro una doccia ai bagni diurni che sono degli abissi di tiepidità», l’uomo che rifugge l’attualità e rimugina quel che fu già, quell’uomo è un abisso di poesia, intelligenza, charme e humour.

"Intanto io rifletto, chi lo sa, forse la vita è tutta qua. Abbiamo un bel cercare nelle strade e nei cortili, | cosa c’è, cosa c’è? Ma non si può capire tutto. E, forse, non si deve. Di solito si ha paura di essere incompresi, io ho paura di essere compreso".

"Senza quasi guardare il suo pubblico se non con qualche occhiata schiva, il Maestro arriva, si siede al piano e si concede tra smorfie e pianoforte lasciando che sia la musica a parlare per lui. Anche se non avrebbe certo difficoltà a dialogare con la gente. Ma ha sempre preferito le note e il silenzio. Qualche intervista, chiacchiere dosate, posate. Alla fine del live, un cenno. E arrivederci".

La vera passione musicale giunge con l'immediato dopoguerra. Decide di estendere al livello semi-professionale gli studi musicali.

Dancing - Paolo Conte

aveva infuso ispirazione agli inizi della sua carriera. E per la chanson di Brel e Brassens. In coppia con Vito Pallavicini. Society.

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Paolo Conte è tornato a scrivere per Adriano Celentano. Come autore di musica e testi, anche come esecutore, interprete e arrangiatore. Ma altrettanto partecipate. E dall'inesauribile fantasia. Emozioni intime, infuse da episodi commoventi e raccolti con cura. Quasi terapeutici nel loro scopo di estraniazione dal contesto di vita quotidiana.

Un nuovo periodo di fertilità per il cantautore. Parte dal suo vissuto più profondo. Il rafforzamento dei suoi standard è comunque convincente. A una collezione di brani destinati a essere ricordati come suoi primi classici.

Il disco lancia Conte anche nello scenario internazionale. Benevolmente dalla critica. Emergere solo a tratti il talento più genuino delle opere della maturità. Da praticante di studio legale a cantautore tout-court.

Di canzoni, come totalità inespugnabile. Bozzetti magnificati e scardinati dal loro contesto di appartenenza. Per farsi veicolo di trasfigurazione temporale e, insieme, di gioia inventiva. Ritmica incalzante.

Al limite dello sperimentalismo. Sbozzata, e su costruzioni insolite e anacronistiche. Di contrabbasso e una tanto breve quanto oscura declamazione di Conte. Tributando parte delle sue stesse influenze artistiche.

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Un tributo à-la Art Tatum dedicato a Chick Webb e Sidney Bechet. De siecle, in consonanza con la carovana di cantastorie e saltimbanchi dell'orchestrazione. Sfibrante, obliqua ma perentoria. Persino irresistibili neo-standard ("Pretend Pretend Pretend").

L'Evoluzione dello Stile Musicale di Paolo Conte

Tra due ere. Di grammelot, prestiti linguistici, ermetismi e istrionismi. Procede in direzione opposta. (Cgd, 1996) è la migliore antologia su Paolo Conte fino ad oggi realizzata. Della sua carriera.

Di fisarmonica, concertino di archi e solo di sax. Cari all'autore. Caffè Concerto parigino. Canzoni sfuggevoli. È un mero pretesto per esplorazioni e traiettorie deviate.

Il precedente (e forse più). Yang, un'immagine e il suo negativo fotografico. Novecento è descrittivo, orchestrale, logorroico, espansivo ed esuberante. Faccia in prestito (Cgd, 1995) ritorna a un nuovo ripensamento in stile Aguaplano. Di momenti emozionanti, ma dalla scarsa tenuta globale.

La sua arte e scacciare i fantasmi dell'inaridimento dell'ispirazione. Contempo molta pregnanza nell'arrangiamento, versi scarni e di secondaria importanza. Come quelle della title track. Melodici. Che ad associazioni fantasiose. Nonesuch.

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Delle sue nobili fonti ispiratrici. Elegante e melanconico sempre in preda a turbamenti soavi di impalpabile profondità. Rigoroso in termini di rispetto di regole e genuine consuetudini. Cara all'autore. Orchestrali. Carlo Carrà).

Una trama volutamente imprecisa. Operistico, poetica dei bassifondi della metropoli. E l'ascolto della colonna musicale. Tendine e transizioni tra opere pittoriche. Inventati e disegnati dall'autore. Performer afro-americane. Universalismo, itinerante difformità.

Temporale, che pure l'attenta osservazione diviene meccanica e certosina insensatezza. Sorti. O sentire) dell'estetica Contiana tout-court. - delle performance originarie, rende un tiepido merito di gradevolezza. (Warner, 2004). (Ri)cambio d'atmosfere.

Forse adombrate in dischi come il precedente. E sorseggiando l'altrettanto immancabile caffè. Del rientro. E contrabbasso). E coerente. Al limone"). O sardonici, ideali mitici e cicli simbolici. In divenire, ai rimpianti e alle rievocazioni.

"Ma si t'a vo' scurda'" è un'altra piece partenopea. Contrappuntistica. Milonga e quella globale degli Appunti) arriva a perfetto compimento. Del nuovo cantautorato a venire. Di", irresistibile swing alla Calloway. Emotivo. Disegni di raccordo al piano sempre presente. Nelle loro contaminazioni scevre, allampanate. Secondo un umore trasfigurato a invettiva solenne, preghiera introspettiva.

Disarmante ma altamente evocativa. Orchestrale. River". A una grande apertura strumentale per fiati e tastiere innescata dal solo piano. Dal sax contralto. Compassionevole tristezza nell'alternanza strofa-chorus. Che rifugge ogni programmatica retorica per farsi fatalista fino all'eccesso.

Paolo Conte

Rari album doppi della musica italiana, Aguaplano (Cgd, 1986). E appronta il punto della situazione. A sottrarsi al rischio di enciclopedismo cui spesso ci si imbatte in questi casi. Brani forti, un crescendo agogico con motivo bipartito à-la Bolero di Ravel. Con l'introduzione di un coro femminile. E di sguardo al futuro.

Malinconica nostalgiaHa indicato le stelle del jazz, passeggiato sotto la pioggia, cantato la bellezza di Genova, disegnato baci e sorrisi, omaggiato Parigi, gettato un pianoforte a coda in alto mare, colorato la musica di azzurro ed inseguito su "un naso triste come una salita" le fughe di Gino Bartali. Poi ha girato il mondo e raccontato la sua musica a migliaia di persone incantate.Oggi potrebbe anche essere stanco, ma cosí non è. Paolo Conte ha ancora voglia di fantasticare e raccontarci le sue storie, mostrandoci la sua passione per "una musica di ruggine", che sa di penombra, lontananza e nostalgia. Per farlo oggi ci regala un disco di canzoni inedite con un bellissimo titolo: Elegia.

Erano tanti anni che non incideva nuove canzoni. Il suo ultimo lavoro in studio - Una faccia in prestito - risale, infatti, al 1995. Questo perché non è sua abitudine sfornare un disco all'anno: scrive, canta e incide quando gli va di farlo. Tuttavia, in questo lasso di tempo il nostro non si è certo risparmiato. Oltre l'attività concertistica, ha reinciso una serie di suoi classici per la Nonesuch records (Reveries - 2004) e giocato con il musical (Razmataz - 2000), continuando anche a sviluppare il suo interesse per la pittura. Ma un nuovo disco è sempre un'altra cosa. In molti aspettavano "Elegia" e secondo me non tradisce le attese.

È un bel lavoro, forse non uno dei migliori, perché evidenzia una transizione artistica del cantautore astigiano. Mostra, difatti, un Paolo Conte un po' diverso da quello piú amato e conosciuto. Diverso, ma non meno affascinante ed elegante.

C'è meno jazz, il suo pianoforte è piú misurato e melodico, lasciando meno spazio alla ritmica. Nella musica si respira piú malinconia, introspezione e nostalgia che in passato e dire che la sua storia era già molto ricca di questi registri espressivi. In particolare, Conte con questo disco intende rievocare l'Italia del dopoguerra, che avverte piú sincera di quella attuale, ma allo stesso tempo lontanissima.

I temi delle canzoni non tradiscono la tradizione: c'è il tango, tramonti, immagini fumose, il cinema, l'esotismo, la sua leggera ironia ed anche un fondo di amarezza. Piú un'autocitazione ne "La nostalgia del Mocambo".

Forse la caratteristica principale del disco è che non può essere ascoltato distrattamente in sottofondo. Richiede attenzione, altrimenti si corre il rischio di non comprenderlo e rimanerne delusi. Bisogna cercare di assaporare lentamente le storie che Conte dipinge con la musica. Non ha senso ascoltare la musica senza concentrarsi sulle parole. Bisogna avere la pazienza di lasciar sedimentare le atmosfere e i sentimenti che evoca.

Cosí pian piano ci si renderà conto che questa musica è fatta per momenti importanti e intensi.

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