La storia del "Boss dei Panini" è un intreccio di tradizione culinaria, battaglie legali per il riconoscimento del marchio e uno sguardo critico sulle dinamiche della ristorazione contemporanea. Questo articolo esplora le origini del panino napoletano, le dispute legali tra una piccola impresa e una multinazionale, e le zone d'ombra che possono celarsi dietro il successo di alcuni ristoranti.

Il Panino Napoletano: Un'Eccellenza Gastronomica

Napoli è rinomata per la sua eccellente cucina, capace di creare prodotti che deliziano il palato di chiunque. Il panino napoletano, conosciuto anche come "pagnottiello", è un rustico partenopeo molto morbido, fatto con lo strutto e farcito con salumi, formaggi e uova.

Le sue origini sono da ricercare nelle case delle antiche massaie napoletane, le quali, per non sprecare gli avanzi della cena, provarono a farcire il pane con gli ingredienti che avevano a disposizione. Fortuna volle che usarono formaggi e insaccati e così nacque il panino più buono della storia.

Tutta la cucina napoletana ha radici molto antiche che risalgono addirittura al periodo greco-romano, e nel corso dei secoli si è arricchita di ricette sempre nuove che sono nate dall’incontro e dalla fusione di idee circolate durante le diverse dominazioni straniere. Il pagnottiello è uno di questi, poiché rappresenta l’esempio più concreto di una cucina semplice e popolare.

Pagnottiello Napoletano

La Battaglia Legale per il Marchio "Il Boss dei Panini"

Con l'ordinanza n. 26877 del 20 settembre 2023, la Corte di Cassazione ha completato un'altra tappa nel percorso relativo alla contesa che, ormai da qualche anno, è stata instaurata fra due soggetti perfettamente corrispondenti alla metafora di Davide contro Golia.

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È datata 29 aprile 2016 la domanda di marchio italiano per il segno denominativo “IL BOSS DEI PANINI”, depositata da una piccola impresa collegata ad una piccola attività di street food localizzata a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.

Una volta superata la fase di esame formale condotto dall’UIBM e debitamente pubblicata, tale domanda è stata oggetto di opposizione proposta da HUGO BOSS TRADE MARK MANAGEMENT GMBH & CO, società collegata alla HUGO BOSS AG, multinazionale tedesca attiva prevalentemente nel settore moda & beauty, sulla base di un’anteriore registrazione di marchio dell’Unione Europea per il segno “BOSS”.

Con la decisione resa il 18 ottobre 2021, l’Ufficio ha accolto integralmente l’opposizione ed ha, dunque, rigettato la domanda di marchio, rivendicante “servizi di ristorazione (fast food), catering in caffetterie fast food, ristoranti fast food” in classe 43. Tale prospettiva, tuttavia, non è stata condivisa dalla Commissione dei Ricorsi che, con il proprio provvedimento del 19 gennaio 2022, ha accolto il ricorso della richiedente e annullato la precedente decisione della Divisione Opposizioni.

La scelta deriva dal fatto che l’analisi effettuata con riferimento al caso di specie nel precedente grado del procedimento amministrativo è stata giudicata erronea: secondo la Commissione dei Ricorsi, infatti, il marchio anteriore, ossia il marchio “BOSS”, rientrerebbe nella categoria dei cosiddetti marchi deboli, quelli che, secondo i principi stabiliti dall’orientamento della Cassazione tuttora seguito, per la propria natura ricondotta a parole di comune diffusione, restano concettualmente più legati al prodotto o al servizio a cui si riferiscono.

Un ulteriore ribaltamento di fronte, tuttavia, si deve alla Suprema Corte, secondo la quale la Commissione dei Ricorsi non può essere confermata poiché essa ha escluso dalla propria analisi due questioni fondamentali. Sia il fatto che il marchio “BOSS” abbia natura di patronimico sia la notorietà dello stesso, sebbene in relazione a settori merceologici differenti rispetto a quello relativo ai servizi di ristorazione in classe 43, rilevano, infatti, a giudizio della Corte di Cassazione, al fine di una corretta identificazione del marchio stesso come incluso nella categoria di marchio forte o, invece, di marchio debole.

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Infatti, al marchio patronimico la giurisprudenza di legittimità assegna la natura di marchio forte e lo stesso sembra avvenire per il marchio notorio, il quale “presenta un’accentuata distintività, onde allo stesso, nella differenziazione dei marchi presente nella giurisprudenza nazionale, deve accordarsi l’attributo di marchio «forte»”.

La Cassazione pare, quindi, fornire il proprio beneplacito alle argomentazioni proposte dalla ricorrente dinanzi a sé (ossia alla HUGO BOSS TRADE MARK MANAGEMENT GMBH & CO), la quale sottolinea come la debolezza del marchio sia da riscontrare esclusivamente nei casi in cui vi sia un’aderenza concettuale, anche soltanto indiretta, fra l’elemento di parola del marchio ed i prodotti o i servizi che lo stesso contraddistingue sul mercato.

Non è, invece, determinante il fatto che il marchio in questione incorpori termini in lingua inglese, sebbene di uso ormai quotidiano per il pubblico di riferimento italiano, dato che gli stessi sono privi sia di una “funzione descrittiva dei prodotti o servizi” sia di uno scopo che rivendichi una qualità degli stessi.

La cassazione con rinvio della decisione della Commissione dei Ricorsi ha proprio lo scopo di fornire una nuova possibilità all’UIBM per esprimersi in merito ai punti che non sono stati tenuti debitamente in considerazione nel provvedimento che precede l’intervento della Suprema Corte.

L’esito finale della vicenda potrà essere specialmente interessante per fornire nuovi spunti, anche dal punto di vista dell’evoluzione della dottrina, rispetto a temi largamente analizzati (quale, ad esempio, quello della natura “forte” o “debole” di un determinato marchio), ma sui quali non si è ancora formato un ampio e unanimemente condiviso livello di consenso.

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La Febbre del Cibo a Bologna: Luci e Ombre nella Ristorazione

Il mondo della ristorazione è profondamente cambiato dopo la pandemia di Covid-19. A Bologna, come in altre città, alcune realtà hanno acquisito molti piccoli locali storici. Ma in un momento di crescita del consumo, un settore così ampio e in crisi può richiamare ben altri e più inquietanti appetiti.

La pandemia di Covid-19 ha segnato uno spartiacque. Serrande abbassate, locali costretti a chiudere per sempre, lockdown che hanno messo in ginocchio l’intero settore: "I due anni del covid sono stati il colpo di grazia e hanno aperto la scia a tutti questi personaggi che stanno comprando tutto. Persone che anche in piena pandemia hanno avuto la forza di pagare con puntualità millimetrica, mentre tutti erano con l'acqua alla gola" continua la testimone, che come tutti gli altri citati nel pezzo, ci chiede di restare anonima.

Durante la pandemia c’è chi ha fatto grandi investimenti, dando anche la possibilità ad altri ristoratori in difficoltà di cessare le attività senza andare in fallimento: "Durante e dopo il Covid la maggior parte dei locali che erano in difficoltà a causa delle chiusure li hanno presi le stesse persone che oramai hanno in mano il centro di Bologna. Hanno rilevato tantissime attività in difficoltà, danno la possibilità di respirare perché pagano l'attività molto bene e subito. Proposte che fai fatica a rifiutare perché difficilmente c’è un potere d'acquisto simile in giro".

Un ristoratore bolognese, che ha chiesto di restare anonimo, racconta ai nostri microfoni la sua esperienza. Spostandosi dal centro, avrebbe voluto affittare un ristorante in periferia dalla società dello 051, decidendo alla fine di ritirarsi dall’affare: "La cosa che mi ha fatto spaventare di più è stata il fatto che queste persone, quando io mi sono tirato indietro dal progetto di apertura di un locale, hanno cercato di convincermi di procedere con la collaborazione, offrendo addirittura la possibilità di darmi del denaro e tutte le comodità del caso. Il tutto fatto in maniera molto molto pressante".

Abbiamo provato a contattare la società Piazza del gigante Srl per porgli alcune domande, ma invano. Per tutta risposta l’ente ha invece inviato a Libera Bologna una diffida contro la pubblicazione della video inchiesta La febbre del cibo, le ombre della ristorazione bolognese, ritenendola lesiva della propria immagine nel racconto di fatti e aspetti destituiti di fondamento e lontani dalla effettiva realtà commerciale e professionale della società. Riteniamo che le informazioni su certi dinamiche e trasformazioni di mercato, il modus operandi e le conseguenze di un'imprenditoria rampante, su cui la società non ha voluto esprimersi, siano di interesse pubblico, perciò nel rispetto della normativa italiana le pubblichiamo per ciò che sono, ricordando che i fatti non riguardano illeciti e che non esiste alcuna indagine a carico della Piazza del gigante Srl.

Lasagne del Boss

Quando si passa in due delle vie più centrali di Bologna, via Oberdan e via D’Azeglio, a pochi passi da piazza Maggiore, tra i tanti locali ce ne sono due che saltano particolarmente all’occhio. Il motivo, i nomi dei piatti: “Lasagna del boss”, “Panino del boss”, sono i nomi di alcune proposte da “L’Antico Salumiere”, nella cui insegna, come se non bastasse, si legge anche “Il boss del piacere”.

Elementi di colore che stonano, contando anche la sentenza del 2018 in cui il Tribunale dell’Unione Europea aveva giudicato illegittimo il logo usato in Spagna “La mafia se sienta a la mesa” dal momento in cui si è ritenutio che l’utilizzo della mafia come strumento di marketing avrebbe un effetto manipolatorio sull’immagine della cucina italiana, qualificando positivamente un fenomeno criminale.

I locali in questione sono gestiti da una società nella cui composizione societaria figura il nome di Antonio Chiodo, ex commercialista, da qualche anno diventato appassionato di ristorazione: ha cariche o partecipazioni in 17 società, la maggior parte proprio nel mondo della ristorazione. Com’è stata possibile una tale espansione, con così tanti ristoranti aperti e partecipazioni societarie?

La risposta dell’ex commercialista è semplice: "Il segreto è quello di stare aperto 365 giorni all’anno e centralizzare alcune produzioni". Sui richiami al boss nel menù, invece, ride: "Lo hanno scelto i miei soci, siccome vogliamo riproporre questo format all’estero questo nome fa molto marketing italiano…".

Mentre marchi e cordate societarie si espandono, l'esperienza di altri piccoli ristoratori è diversa: "Negli ultimi tempi vedo fare investimenti da personaggi un po' particolari. Questi girano in Maserati, aprono locali uno dietro l'altro, io da imprenditore una domanda me la faccio. La ristorazione se la fai in un certo modo, la fai bene, ti fai il mazzo dalla mattina alla sera, come facciamo noi, fai una vita decorosa. Ma non si diventa ricchi con questo lavoro".

Un Settore a Rischio Riciclaggio

Espansioni che non temono concorrenza, discutibili scelte di brand, modelli imprenditoriali che schiacciano i piccoli ristoratori sono solo alcune espressioni delle profonde trasformazioni in corso. Ma altri segnali e altre realtà, differenti dai casi citati e certamente più inquietanti, descrivono un altro aspetto dello sviluppo della ristorazione.

Hanno a che fare con le vetrine perfette, i prezzi mai troppo alti, i dipendenti ben pagati, gli affitti regolari, le forniture senza un intoppo: nessun problema tra quelli che normalmente attanagliano i piccoli e grandi ristoratori. Locali che a volte si ingrandiscono, acquisendo altri spazi, oppure chiudono per lavori di ristrutturazione di pregio. Attività per cui, evidentemente, il rischio d’impresa è nullo.

"C'è la sensazione che qua a Bologna si stiano utilizzando i locali come lavatrici, una sorta di lavatrici di qualcos'altro, di soldi che vengono da qualcos'altro. Comprano locali a cifre impossibili. Io, per dire, il mio locale alla cifra a cui l’ho venduto, cioè varie centinaia di migliaia di euro, non lo comprerei mai. Perché se mi metto a pensare a quanti anni ci dovrei mettere per ammortizzarli, ai costi di affitto, di personale, di tutto, è quasi improponibile una roba del genere".

Un settore come quello della ristorazione, in costante crescita, offre grandi opportunità a chi ha soldi da ripulire. Uno schema a prima vista semplice: "La ristorazione di Bologna, la città del buon cibo, è un target imprenditoriale di grande riferimento per svolgere attività di riciclaggio". A dirlo è Stefania Di Buccio, avvocata e amministratrice giudiziaria, che spiega: "Ogni volta che batto uno scontrino in cassa, soprattutto a fronte di un mercimonio che non è mai avvenuto, sto pulendo del denaro che proviene da capitali illeciti. Ogni scontrino mi consente di legittimare uno, due, dieci, cento euro nella ristorazione. Questo è assai facile perché la ristorazione prevede un giro di clientela a rotazione. È quindi difficilissimo dire ad esempio di non aver venduto la pasta: perché magari sono venuti in un turno del pranzo venti, trenta clienti e io posso fare cinque, dieci, venti scontrini o duecento, trecento, quattrocento scontrini e giustificare così i soldi illeciti".

Anche la criminalità organizzata ha forti interessi a entrare nel settore della ristorazione, lo hanno dimostrato diverse indagini su tutt’Italia. Nel 2021, il prefetto Vittorio Rizzi, coordinatore dell’organismo a monitoraggio delle infiltrazioni mafiose nell’economia, aveva raccontato a lavialibera che dai “carotaggi” in alcune città di Nord, Centro, e Sud Italia era emerso che “il 25 per cento delle imprese del settore dell’ospitalità e della ristorazione è finito in mano a soggetti che, se fossero passati al vaglio dei controlli, avrebbero ricevuto un’interdittiva antimafia. Per dirla con altre parole, il 25 per cento di queste imprese sarebbe ‘in odore di criminalità organizzata’”.

Non è un caso che il meccanismo si attivi soprattutto nei periodi di crisi, quando l’imprenditore ha bisogno di liquidità e non riesce a ricevere finanziamenti dalle banche. "È allora che arrivano soggetti che ti propongono condizioni di credito molto spesso di tipo usurario, che comportano quasi sempre l’impossibilità poi a restituire il denaro prestato - spiega l’avvocata Di Buccio -. A quel punto la persona che ha prestato i soldi può iniziare a pretendere delle quote della tua società: è la cosiddetta espropriazione dall’interno".

Si assiste ad altri movimenti irregolari o quantomeno anomali: società che gestiscono locali e non pagano le tasse allo Stato o i dipendenti, accumulano debiti, falliscono ma vengono prontamente sostituite da nuove società che ne rilevano subito l’attività per mandarla avanti, pulita e senza debiti, ma sempre con lo stesso nome. Anche questo non è un meccanismo nuovo: "È un gioco al massacro", afferma Stefania di Buccio.

"Si crea un'unità imprenditoriale già sapendo che la finalità è il riciclaggio. Si apre questa unità e le si dà un'emivita già precalcolata in cui si tende solo ed esclusivamente al profitto per l'imprenditore. Non si pagano Iva, tasse, contributi, l'occupazione del solo pubblico, i fornitori vengono pagati in maniera assolutamente dilatoria perché lo scopo è quello di incassare il più possibile nella consapevolezza che quella unità andrà a fallire e sarà svuotata poco prima del fallimento".

A quel punto i beni di quell’attività sono già pronti per una seconda unità clone, anche nello stesso posto: "Noi consumatori dovremmo iniziare a interrogarci su queste insegne che cambiano ma le persone dentro sono sempre le stesse - dice Di Buccio -. Dovremmo iniziare a farci delle domande".

Grandi acquisizioni, rischi di riciclaggio e un modello che rischia di andare in una direzione di omologazione dell’offerta, realtà imprenditoriali tra loro molto diverse, che contribuiscono insieme a modificare l’orizzonte della ristorazione cittadina: "Questa - ricorda una ristoratrice - è concorrenza super sleale. Ti devi omologare oppure andare via. Ti dovresti mettere a far concorrenza, metterti a fare cucina turistica, abbattere 1/2 euro a tagliatella: o abbassi la qualità oppure non incassi abbastanza per poter pagare le fatture e tutte le spese".

Un aspetto che non riguarda solo la qualità del cibo, ma anche lo sfruttamento di lavoratori e lavoratrici. Chi può acquisire le attività lo fa perché ha una grande disponibilità di denaro. "Quando una persona ti offre certe cifre è perché ti sta buttando fuori, non puoi rifiutare, perché per te è una seconda occasione. Quindi loro ti buttano fuori", dice.

A cui si aggiunge un lavoratore del settore: "Per chi fa l'onesto è demoralizzante, perché è come dire: "Io lavoro e tu no"".

Questo articolo nasce da un lungo lavoro di ricerca e approfondimento, che ha portato alla pubblicazione della videoinchiesta di Libera Bologna "La febbre del cibo. Le ombre della ristorazione bolognese".

RISTORANTI a BOLOGNA dove TRUFFANO i TURISTI??

La Storia non siamo noi: quando gli italiani sono i primi a incoraggiare l’uso della mafia come brand.

« Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente! » urla Peppino Impastato, interpretato da Luigi Lo Cascio, nel film I cento passi.

La domanda è: ci siamo abituati? Ci stiamo accorgendo di cosa ci accade intorno? È triste, ma comprensibile, che uno straniero ignori le pagine più tragiche della nostra storia. Marco e Julia Marchetta, italiani, risiedono e lavorano a Vienna dove aprono il ristorante Don Panino. Autoironici? No, basta leggere il menù: accanto ai panini Don Buscetta e Don Corleone si possono trovare il Don Falcone, la cui descrizione è : “Si è guadagnato il titolo di più grande rivale della mafia di Palermo ma purtroppo sarà grigliato come un salsicciotto”, e il Don Peppino “Siciliano dalla bocca larga fu cotto in una bomba come un pollo nel barbecue”.

Se si usa l’aggettivo “grigliato” riferito a Falcone, vuol dire che ci si ricorda della strage di Capaci in cui il giudice, la moglie e la sua scorta vennero dilaniati da cinque quintali di Tritolo. A reagire per primo, nel maggio 2013, è stato un gruppo di italiani residenti a Vienna che ha lanciato una petizione on line, raccogliendo firme per mobilitare le autorità, sia austriache che italiane.

Don Panino

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