McDonald's è un brand in continuo ascolto dei suoi clienti. Fermarsi, ordinare, ritirare, ripartire, senza dover scendere dalla propria auto. Mangiare il cibo caldo in macchina, col rischio di macchiare i sedili, per non interrompere il flusso del viaggio e lasciarsi sedurre dall'infinita libertà che può dare solo un panino mangiato in macchina, sbriciolandosi coscienziosamente addosso.
Nel 1921, anno di inaugurazione del primo drive-in restaurant al mondo, a Dallas, le automobili erano una rarità e la novità sedusse la curiosità di molti. Ma oggi che il primo McDrive di McDonald's italiano compie 25 anni, un quarto di secolo come il quarter pounder with cheese citato in Pulp Fiction (il nome originale del McRoyal Deluxe) da quando aprì a Roma, in zona Magliana, sappiamo quanto posto fisico e emotivo occupi nelle nostre nostalgie il concetto di McDrive.
Scenografia temporanea di fughe serali verso il mare, tappa rifocillante post duetti amorosi tra i sedili, passaggio obbligato verso la maturità e maggiore età al pari della patente, il McDrive di McDonald's è il miracolo che ci ha anticipato l'apprendimento del concetto di tempistica. Tra l'ordine e il giro obbligato di volante attorno al ristorante, non passano mai più di una manciata di minuti.
Sono stati gli avamposti del desiderio di crescere, l'approccio all'indipendenza gastroeconomica (contando le lire in tasca con la necessaria tara-benzina, per non restare a piedi e subire l'umiliante emergenza della telefonata a casa a notte fonda). I McDrive italiani sono stati i primi fast food a regalare definitivamente l'illusione di vivere tra praterie e province statunitensi, al di fuori delle tangenziali urbane e delle scritte old school sui cancelli dei piastrellisti.
L'ebbrezza di ordinare il segreto del panino McDonald's (quale sarà il preferito se non li assaggio tutti? Big Mac? Cheeseburger?) o le ultime novità in limited edition si sommava alla gioia di essere padroni di trabiccoli ammaccati a quattro ruote, del possesso del tempo messo a disposizione per disporre la propria richiesta all'interfono.
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Col tempo il suo impatto sull'immaginario si è allargato. In USA sono stati lo sfondo di comizi elettorali (nel caso del presidente USA Joe Biden), mentre i McDrive in Italia sono diventati lo scenario di matrimoni originali, di feste per bambini. Luoghi da assaporare in tutti i sensi, di pit stop emozional-alimentare. Sono sorti McDrive naturalistici come a Cagliari, con vista sulla riserva dei fenicotteri al Poetto, rurali come nel casolare sulla Nomentana a Roma, museali come il McDonald’s Marino a Frattocchie, il primo ristorante museo al mondo affacciato sulle antiche rovine romane dell'Appia Antica. E nell'anno pandemico, si sono rivelati i luoghi preferiti per riscoprire il gusto del cibo da asporto in persona.
A 25 anni dall'inaugurazione del primo McDrive, ancora 3 milioni di auto al mese transitano tra i varchi per le patatine fritte di McDonald's e i McMenu.
Ray Kroc è considerato uno degli imprenditori che nel secolo scorso ha avuto maggiore successo. Se McDonald’s è diventato il colosso da oltre 24 miliardi di dollari di fatturato l’anno che è oggi, lo deve in gran parte alla genialità del suo fondatore Ray Kroc, che per 17 anni, prima dell’appuntamento con il destino all’età di 52 anni, ha venduto bicchieri di plastica per la Lily Tulip Cup Company.
Kroc, nato in Illinois nel 1902 da una famiglia di immigrati cecoslovacchi (e morto nel 1984 in California), ha saputo trasformare l’idea di due fratelli californiani di nome McDonald’s - che a San Bernardino avevano dato vita a una hamburgeria di successo - in una vera e propria macchina da soldi, grazie alle sue intuizioni nell’ambito della ristorazione, del franchising e della pubblicità. Kroc è stato un sagace venditore, astuto comunicatore e leader carismatico.
Quando Kroc fece visita alla hamburgeria dei fratelli MacDonald’s a San Bernardino in California per vedere di persona come i loro otto frullatori Multiplex (all’epoca Ray vendeva questi “brutti frullatori a sei fruste per frappè”) fossero diventati tanto famosi, ebbe la più classica delle visioni. Il drive-in realizzato dai fratelli Mac e Dick McDonald’s vendeva i migliori hamburger della zona e tutto funzionava alla grande.
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“Quando vidi quell’ingranaggio in funzione, quel giorno del 1954, mi sentii come un Newton tardivo a cui era appena rimbalzata sul cranio una patata dell’Idaho”. E da lì fece di tutto per accaparrarsi i diritti in franchising con l’obiettivo di espandere l’impresa in ogni parte degli Stati Uniti.
In tutta la sua carriera da venditore Kroc non ha mai nascosto di aver sempre agito nella maniera migliore per tutelare il cliente. Anni dopo, quando McDonald’s decise di aumentare i prezzi dei suoi hamburger (inizialmente costavano 15 centesimi), lottò perché l’aumento fosse solo a 18 centesimi, anziché 20: “E, santo cielo, salire a 18 centesimi significava già un aumento del 20%! Ad ogni modo vinsi io”. E anche nei rapporti con i licenziatari il rapporto era sempre improntato sulla reciproca correttezza.
Discostarsi dal core business in cerca di ulteriori (e facili) ricavi può essere controproducente. “Un’altra decisione che presi all’inizio dei giochi e che rimase tale nel corso degli anni”, ha raccontato ancora Kroc, “fu quella di non mettere nei McDonald’s telefoni a gettoni, jukebox o macchinette di alcun tipo […]. Tutti quegli aggeggi creano un traffico improduttivo nel locale e incoraggiano il vagabondaggio, che può disturbare i clienti. Ciò avrebbe intaccato l’immagine famigliare che volevamo creare per McDonald’s.
La cura nel dettaglio e nella qualità del servizio ha dominato McDonald’s fin dagli esordi, anche nel friggere le patatine. Ma nonostante Kroc avesse memorizzato la procedura con cui venivano cotte le patatine fritte a San Bernardino, non riusciva a riprodurle con esattezza. Kroc puntava fortemente su qualità, servizio, pulizia e valore.
Esemplare il caso della nascita del Filet-O-Fish, intorno agli inizi degli anni ‘60, a Cincinnati, dove la popolazione era in larga parte cattolica e la chiesa di venerdì ordinava ai fedeli di astenersi dalla carne. Un bel grattacapo per uno dei locali McDonald’s che doveva vedersela con la catena Big Boy che, guarda caso, aveva un panino di pesce e così toglieva gran parte della clientela a McDonald’s. Nonostante una certa ritrosia iniziale a lasciare che si cucinasse del pesce nel proprio locale, Kroc acconsentì alle richieste insistenti dei suoi assistenti e inventò il Filet-O-Fish di McDonald’s.
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Kroc dice di non aver mai esitato a spendere soldi per pubblicità e pubbliche relazioni, “perché mi ritornano con gli interessi”. Certo, il beneficio può avvenire in varie forme, ma “un bambino a cui piace la pubblicità in TV e si fa accompagnare dai nonni da McDonald’s ci porta due clienti in più.
Oltre ad essere un altro dei segni distintivi di McDonald’s, anche il caratteristico giallo del gigante dei fast food ha subito alcune variazioni nel tempo. Il più grande restyling dell’immagine di McDonald’s è iniziato nel 2010, in Germania, quando la catena americana ha deciso di provare a dare una svolta green al proprio brand. Nel 2015, per dimostrare la sensibilità di McDonald’s ai temi dell’ambiente e della salute, il CEO Steve Easterbrook ha annunciato: “nel giro dei prossimi due anni smetteremo di usare i polli trattati con gli antibiotici, e dalla fine del 2015 non utilizzeremp più latte proveniente da mucche che hanno ricevuto l’ormone artificiale della crescita”.
Dopo che Ray Kroc comprò la catena, nel 1963 Speedee fu sostituito dall’ormai leggendario Ronald. Quando lo spettacolo fu annullato Scott fu assunto per rappresentare la nuova mascotte Ronald nei primi tre spot televisivi che includevano il personaggio, che venne poi diffuso anche nel resto degli Stati Uniti grazie ad una campagna pubblicitaria.
Così il clown Ronald, consigliato dall’agenzia di pubblicità che curava l’immagine di McDonald’s, prese il posto della prima mascotte. Inizialmente il nome avrebbe dovuto essere Archie, per ricordare le famose arcate del logo, ma esisteva già un Arch McDonald ed era un senatore americano. L’Happy Meal, invece, non è stato una innovazione di McDonald’s, ma una scelta di marketing introdotta per imitazione della catena Burger Chef nel 1973. La promozione era chiamata Treat of the Week e prevedeva un giocattolo diverso ogni settimana, in genere in plastica, come una palla, un frisbee o una macchinina.
Tra i concorrenti più noti di McDonald’s non si può non citare Burger King, nato dalla stessa intuizione di Kroc, dopo che il fondatore James McLamor, aveva visitato proprio il ristorante dei fratelli McDonald a San Bernardino.
Un fan della catena fast food, infatti, ha pensato bene di essere l'ultimo cliente e di conservare con gelosia l'ultimo hamburger venduto. Altrettanto curioso è che qualcuno abbia pensato bene di conservare l'ultimo panino venduto dall'ultimo ristorante aperto. Non è merito di nessuna speciale tecnica di conservazione, il panino "si conserva da solo", come ha affermato Hjörtur Smárason, l'uomo che lo ha acquistato pochi istanti prima che il fast food chiudesse ufficialmente. Non ci credete? Ora non rimane che augurarvi buona visione! Le immagini dell’ultimo hamburger con patatine firmato McDonald’s acquistato in Islanda alla fine di ottobre 2009 da Hjörtur Smárason, prima che la catena abbandonasse il Paese, sta facendo il giro della rete.
Dopo oltre 5 anni il panino è ancora in ottime condizioni, non si vedono segni di muffe e per questo viene conservato come un cimelio, in un ostello della cittadina di Skógarhlíð. Com’è possibile? Molte persone di fronte a queste fotografie si interrogano sugli ingredienti utilizzati e ipotizzano la presenza di additivi strani e miracolosi che la catena utilizza per garantire una migliore conservazione dei prodotti. Il tema da sempre appassiona la rete tanto che o line si trovano diverse testimonianze. Nel 2007 su YouTube compare un video, Bionic Burger di Len Foley, dove un giovane sostiene di avere collezionato hamburger vecchi di 18 anni.
Il blogger ha iniziato a lavorare e alla fine ha dimostrato con un esperimento che il panino di McDonald’s invecchia ma non ammuffisce, come succede a qualsiasi altro panino preparato in casa nello stesso modo e con gli stessi ingredienti. La prima considerazione è che la carne dopo la cottura risulta praticamente “sterile” essendo sottoposta ad alte temperature. L’altro elemento da considerare è che l’hamburger impiegato nell’esperimento (del tutto simile a quello conservato in Islanda) non contiene ketchup, maionese, cetriolini, lattuga, cipolle o altre salse.
Nell’esperimento condotto da Kenji Lopez-Alt sono stati osservati per 25 giorni 9 panini: uno acquistato da McDonald’s e lasciato per tutto il tempo su un piatto, un altro tenuto nella confezione originale, un terzo preparato in casa con dimensioni e gli stessi ingredienti molto simili a quelli di zio Mac, il quarto è stato preparato con carne di McDonald’s ma pane acquistato al supermercato e viceversa.
Dopo 25 giorni tutti i panini di piccole dimensioni, sia quelli comprati sia quelli preparati in casa, non sono ammuffiti. Le muffe e i primi segni di invecchiamento si sono riscontrati nei panini più grossi acquistati da McDonald’s (Quarter Pounder e l’Angus Third Pounder) e in quelli simili preparati in casa. In tutto ciò non c’è niente di miracoloso, perché quando le dimensioni dei panini aumentano, l’umidità è maggiore e in queste condizioni le muffe si sviluppano con facilità.
Per confermare la teoria, Lopez-Alt ha misurato il tenore di umidità, scoprendo che negli hamburger piccoli il 93% dell’umidità evapora in tre giorni, perché lo spessore del pane e la superficie ampia permettono all’acqua di lasciarlo rapidamente. In queste condizioni il cibo risulta disidratato e quindi non si formano muffe, non crescono batteri e l’hamburger si conserva per anni come è successo in Islanda.
L’autore precisa che gli hamburger di piccole dimensioni ammuffiscono quando restano chiusi in un sacchetto di plastica: perché l’acqua, non evapora e l’ambiente umido favorisce il proliferare dei microrganismi.
La STORIA di MC DONALD'S | Storie di cibo | PRATTQUELLO
Vi avevamo già parlato della curiosa storia di un hamburger del McDonald’s conservato in Islanda in quanto ultimo panino venduto sull’isola da parte del noto fast food che ha poi definitivamente chiuso i battenti nel 2009. L’ultimo hamburger con patatine venduto da un Mc in Islanda è diventato famoso in tutto il mondo in quanto è stato conservato ed esposto in una teca di vetro al Bus Hostel di Reykjavik.
L’uomo, Hjortur Smarason, voleva anche capire se davvero gli hamburger di McDonald’s, come si vociferava, erano molto resistenti al tempo e non si decomponevano in fretta. E sapete che non è neanche l’unico caso?
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