Vittore Carpaccio, figura di spicco nella pittura veneziana tra il Quattrocento e il Cinquecento, ci ha lasciato opere che sono veri e propri specchi della società e della cultura del suo tempo. Le sue creazioni, intrise di simbolismo e realismo, offrono uno sguardo unico sulla Venezia rinascimentale.

San Giorgio e il drago di Vittore Carpaccio

Le Due Dame: Un Enigma Veneziano

Nella casa di un patrizio veneziano, Teodoro Correr, si trovava, appeso a una parete, un dipinto raffigurante “due Donne che scherzano con due cani”. Il dipinto rappresenta quindi due donne veneziane con i capelli biondi pettinati secondo una ricercata acconciatura e con strani cappellini in testa.

Sono sedute, portano ambedue delle collane e sono vestite con abiti confezionati con stoffe lavorate e di gran pregio databili alla fine del XV secolo. Incuriosisce il loro sguardo assorto, fissato verso qualche cosa che sta fuori dei margini del dipinto; all’osservatore si impone poi la loro aria come svagata e assente o, forse, solo annoiata; una delle due ha il braccio destro appoggiato alla balaustra in marmo che corre su due lati della scena e tiene in mano un fazzolettino bianco ricamato; l’altra, più anziana e più corpulenta, si appoggia con i gomiti alle ginocchia e gioca con due cani; uno di questi mette le zampette nella mano sinistra della donna e guarda fissamente verso di noi; dell’altro, un levriero, vediamo solo il muso e, in basso, le estremità delle zampe anteriori.

Lo sfondo del dipinto è di un colore verdastro molto scuro. Lo scenario di questa raffigurazione è costituito da una specie di loggia, di terrazza o di grande balcone, con il pavimento ornato al centro dal disegno -presumibilmente in marmi colorati - di un quadrato a fasce bianche inscritto in un tondo rosso e che a sua volta contiene un cerchio scuro su un campo rosa; la loggia è chiusa da una balaustra in marmo con colonnette cilindriche completate da elementi dorati: capitelli ionici, basette e collarini.

Nello spazio chiuso e così definito abbondano, oltre ai cani, altri elementi vegetali e animali: due tortore, un pappagallo, un pavone, un’arancia, un alberello di mirto e, misteriosamente, il gambo reciso di un giglio che esce da un vaso decorato con uno stemma. Possiamo affermare infatti che nessuna delle presenze - animali, vegetali o inanimate - è posta a caso nel dipinto: la raffinata cultura tardo-medievale e umanistica di questo periodo era intessuta di simbologie e allegorie; in pittura nulla era concepito e raffigurato casualmente: ogni oggetto, animale, forma, segno aveva una sua ragione ed esprimeva un concetto o un messaggio, rinviava cioè a un insieme di saperi e di valori rappresentati simbolicamente.

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Anche nel caso delle Dame vale questo principio. Studi recenti hanno potuto dimostrare che l’intento della rappresentazione è allegorico e morale. Gli oggetti, gli animali, le piante fanno riferimento più o meno esplicito e più o meno facilmente decifrabile a una chiara allegoria morale: così i cani, da sempre simbolo di fedeltà, rinviano alla fedeltà tra gli sposi; le tortore fin dall’antichità classica sono utilizzate per rappresentare il legame coniugale e la fertilità del matrimonio; l’alberello di mirto sopra la balaustra sulla destra, rappresenta anch’esso sia nel mondo pagano che in quello cristiano un riferimento coniugale e per di più, sacro a Venere, è un riferimento all’amore e alla riproduzione.

Anche l’arancia sulla balaustra e il giglio (tagliato) nel vaso rinviano alla verginità e all’amore coniugale, così come la femmina del pavone che è simbolo esplicito della fecondità della sposa. Più complessa la figura del pappagallo che, nella sua caratteristica di essere capace di ‘parlare’ sa ripetere il nome dell’amato lontano e saprebbe, per di più, formulare parole di devozione religiosa.

Quindi: amore coniugale, purezza, resistenza alle tentazioni dei sensi, omaggio ai frutti del matrimonio e dominio delle passioni disordinate; tutto questo ci fa chiaramente intendere che il dipinto apparteneva (portella di un armadio o pannello di un paravento o imposta interna) a un arredamento di camera nuziale che, quindi, del matrimonio (e della sposa in particolare) ricordava ed esaltava virtù, pregi e caratteri.

La casa, le stanze destinate alle donne in particolare, sono il luogo nel quale le virtù femminili si manifestano e sono riconosciute; in questi spazi l’universo femminile ha modo di affermarsi e di esercitare il suo ruolo e il suo potere, ma in questi spazi la donna è anche in qualche modo limitata e prigioniera.

Il grande storico d’arte inglese, nonché studioso di Venezia, John Ruskin riteneva le Due Dame il più bel quadro del mondo: «Tutta la potenza di De Hooghe in fatto d’ombre, del Van Eyck nei particolari, di Giorgione nelle masse, di Tiziano nel colore, del Bevick e del Landseer nella rappresentazione della vita animale è qui riunita» (1884).

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La Ricomposizione: Dame e Caccia in Laguna

Un giovane e sfaccendato architetto girava in bicicletta per le strade della città semi-deserta: fu attratto dal fascino magnetico che esercitava su di lui una tavola dipinta, molto annerita dagli anni e dalla sporcizia che vi si era depositata, esposta sulla porta di un negozio di antiquario. Sul davanti si intravedeva una scena con barche, sul retro si scorgeva una specie di finestra o di edicola architettonica con appesi a un nastro dei fogli piegati, forse delle lettere.

Il giovane acquista la tavola per una cifra irrisoria e la porta a casa. Ricerche approfondite e analisi scientifiche hanno successivamente dimostrato senza ombra di dubbio che i due dipinti erano all’origine uno solo: stessa larghezza, stesso tipo di legno, stessa lavorazione, stessi colori: anche le gallerie scavate dai tarli sui margini dei due frammenti risultavano perfettamente combacianti.

Insomma: qualcuno, in epoca imprecisata, aveva tagliato in due una tavola dipinta in cui compaiono in primo piano due dame sedute su una terrazza in attesa dei mariti intenti alla caccia su dei piccoli battelli sull’acqua e che si possono vedere in lontananza in uno scenario tipicamente lagunare, con tanto di casoni da pesca con il tetto di paglia e le recinzioni per la pescicoltura: il verde scuro del fondo della Dame corrisponde alla parte in ombra dell’acqua su cui si muovono le barchette dei cacciatori.

I due dipinti (ma in origine si trattava di un’unica tavola, come si è detto) sono di grande qualità e il loro stato di conservazione, nonostante i più di cinquecento anni passati e le traversie subite (non ultima la violenta divisione in due) è sostanzialmente buono. Il primo dato che emerge è un riscontro assolutamente materiale: sui margini laterali sia dell’uno che dell’altro dei due frammenti si possono vedere chiaramente delle tacche, degli intagli che, accompagnati da dei fori orizzontali in corrispondenza, stanno a significare senza ombra di dubbio che lì erano applicate delle cerniere saldamente tenute da dei chiodi: il dipinto - unito - era quindi una specie di portella di armadio o pannello di un paravento (o, più difficilmente, di imposta interna di finestra).

L’esistenza sul retro della Caccia di una decorazione pittorica in trompe-l’oeil con un’edicola architettonica e delle lettere sospese a un nastro, sta ad indicare che la portella, quando era aperta e piegata, lasciava vedere un’ulteriore scena ‘minore’ per così dire, con una sua natura morta illusionistica (sulle Dame questa parte non si può vedere perché a fine XIX secolo il dipinto è stato piallato sul retro e assottigliato per applicare un sistema di tiranti in legno che impedissero la progressiva curvatura della tavola, che rischiava di spezzarsi).

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Tuttavia anche così il dipinto appare non equilibrato: la scena infatti finisce sulla sinistra in modo inaspettato: la balaustra in marmo, il paggio e il cane sono bruscamente tagliati. La conclusione che se ne trae è abbastanza naturale: l’insieme dei nostri due dipinti (le Dame e la Caccia) aveva una corrispondente parte (una portella, un ulteriore pannello di paravento ecc. presumibilmente di uguale misura) che completava la scena riequilibrando il tutto sia sul davanti con la scena maggiore (altre dame? Altri personaggi e animali?

Mentre la Caccia in laguna raffigura una scena di facile spiegazione (dei giovani uomini elegantemente vestiti che su una serie di barchette vanno a caccia di uccelli) ed è per altro una preziosa testimonianza sull’ambiente, sul paesaggio della laguna, sui costumi dei protagonisti, sulla stessa natura della cacciagione catturata, le Dame appaiono subito assai più complicate.

Sappiamo per certo che nella seconda metà del XVIII secolo la separazione era già stata compiuta: troviamo infatti la sola Caccia (già nelle dimensioni attuali e attribuita senza esitazioni a Vittore Carpaccio) citata nel catalogo di una raccolta veneziana, quella del raffinato letterato ed esperto e mercante d’arte Francesco Algarotti e di suo fratello Bonomo. Questa collezione fu interamente venduta a fine secolo XVIII; fu allora che la Caccia entrò in proprietà di un celebre personaggio francese: il cardinale Joseph Fesch, zio materno di Napoleone Bonaparte che aveva messo assieme, grazie alla sua elevatissima posizione nell’Europa napoleonica e alle sue conoscenze, una sterminata raccolta d’arte; morto il Cardinale (1839) l’opera passò per varie mani fino a quelle di un altro collezionista, a Roma, e poi dell’antiquario presso il quale fu casualmente trovata nel 1944.

Le prime notizie delle Due Dame risalgono invece al 1830, quando sono registrate nel catalogo delle collezioni lasciate da Teodoro Correr alla città di Venezia perché diventassero il primo e ricchissimo nucleo dei musei cittadini. E nella casa di Teodoro Correr, come abbiamo all’inizio ricordato, le possiamo ‘vedere’, le nostre Dame, in uno dei fogli di un album che documenta diligentemente parete per parete tutti i dipinti posseduti dal Correr al momento della sua morte. Non disponiamo di documentazione coeva circa l’acquisto delle Due Dame da parte del Correr, ma da vari indizi sappiamo che egli ebbe a comperare opere, anche importanti, dalla collezione dei fratelli Algarotti nel cui catalogo, come si ricorderà, è registrata la presenza della Caccia ma non quella delle Dame.

Resta il fascino di un dipinto perfetto ed enigmatico anche nella imperfezione esteriore, nella sua condizione di frammentarietà: un dipinto che appare disseminato di indizi ma che non svela la chiave finale perché tutti gli indizi si ricompongano in un disegno unitario e dotato di senso pratico, comune.

Le interpretazioni psicologiche e l’atmosfera del dipinto ci condizionano quindi ancora oggi, come hanno condizionato la lettura di quest’opera da parte dei critici e degli storici Otto e Novecenteschi che hanno più o meno consapevolmente creato il mito delle cortigiane. Ma le nostre Due Dame hanno una innegabile e alta qualità pittorica, uno splendore di colori, una perfezione nel disegno, una raffinatissima relazione tra le parti e il tutto, una ragnatela, infine, di rimandi e di significati che dà indubbiamente vita a un capolavoro poetico e magico: l’occhio dell’osservatore non si sazia mai di indagare fin nei più piccoli dettagli quest’universo policromo e muto raggelato in una sorta di umida vertigine.

E il fanciullo che avanza tra le colonnine: da quale lontananza giunge? È un paggio curioso, un messaggero d’amore, un ragazzetto a servizio, il figlio o il fratello di una delle donne? A chi appartengono i calcagnetti rossi che gli stanno davanti?

MUVE Racconta - I misteri delle due dame veneziane: indagine su un dipinto

Carpaccio e il Carpaccio: Un Legame Cromatico

È più famoso nel mondo come piatto di carne cruda servito freddo, che per la pittura. Eppure, è dal colore che domina l’opera del celebre artista che venne l’associazione. Il famoso piatto è stato battezzato in onore del pittore, presumibilmente perché ha ricordato al suo inventore, Giuseppe Cipriani dell’Harry’s Bar di Venezia, i caratteristici rossi dei suoi teleri.

Si ritiene che la moderna creazione culinaria risalga al 1963, anno della prima grande mostra monografica sull’artista, tenutasi a Palazzo Ducale, quando tutta Venezia era in preda alla “Carpacciomania”.

Carpaccio di manzo

La Mostra a Palazzo Ducale: Un Omaggio a Carpaccio

Dopo l’ormai lontana mostra del 1963 questa ampia retrospettiva su Vittore Carpaccio. Dipinti e disegni si è aperta a Venezia il 18 marzo con un affollata conferenza stampa. La mostra, arricchita da studi e ricerche degli ultimi cinquant’anni, è ospitata nell’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale, sino al 18 giugno 2023.

Questa importante mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione tra i MUVE e la National Gallery of Art di Washington, dove l’esposizione (ora a Palazzo Ducale) era stata allestita - dal 2 novembre 2022 al 12 febbraio di quest’anno - con il titolo Vittore Carpaccio: Master Storyteller of Renaissance Venice.

Il progetto espositivo si è concretizzato grazie alla curatela di Peter Humfrey, riconosciuto studioso del pittore e del suo contesto, che ha sottolineato come Carpaccio, insieme a Bellini e Tintoretto, facciano parte della vita veneziana raffigurando una visione fantastica e poetica della città reale.

Narratore della vita veneziana, abile pittore di storie, bravo ritrattista, esperto di prospettiva Vittore Carpaccio (Venezia 1460-1465 - ottobre 1525) era ed è uno dei migliori maestri veneziani attivi tra Quattrocento e Cinquecento. Lodato dai suoi contemporanei e persino da Vasari, poco indulgente con chi non era toscano.

Molte le novità e i punti di forza, della mostra. A partire dal corpus di 28 disegni esposti (il maggiore pervenuto a noi di un pittore veneziano del tempo) rivelatore del metodo di lavoro dell’artista e della sua insaziabile attrazione per l’Oriente e per i suoi abitanti. Un esempio per tutti Due donne in piedi, una in abito mamelucco (recto), della Princeton University Art Museum. Disegni che vanno da rapidi schizzi compositivi d’insieme ad accurati studi preparatori di teste e pose.

In mostra anche dipinti e le pale d’altare tra i meno famosi. I restauri delle opere hanno portato alla scoperta della firma di Carpaccio su una Madonna col Bambino del Museo Correr di Venezia, attribuita finora a un anonimo veneziano. Risulta invece opera giovanile di Carpaccio verso il 1488-1489. Questa opera confermerebbe la formazione dell’artista nella bottega di Giovanni e Gentile Bellini.

Poco dopo l’ingresso in mostra si resta folgorati dai due capolavori ricomposti come si presentavano in origine: le Due Dame del Museo Correr e la Caccia in laguna del Paul Getty Museum di Los Angeles. Il primo fu definito da John Ruskin “il quadro più bello del mondo…” Un tempo formavano un delle due ante che, in mostra, sono state ricongiunte per raccontare una storia in apparenza enigmatica, forse quella di due brave mogli che aspettano i mariti. Lo storico dell’arte Augusto Gentili ha indagato il corredo simbolico del dipinto con le nobili veneziane fedeli ai mariti lontani, impegnati nella caccia.

Il vaso sulla balaustra reca uno stemma e nell’angolo in basso a sinistra su un cartellino la firma: Opus Vjctorijs Cartpathjo veneti. Il dipinto ha uno stelo vuoto in un vaso sulla balaustra corrispondente al giglio nel dipinto del Getty Museum. Non ultimo l’identica venatura del legno dei due pannelli è la conferma che una volta erano uno solo. Le due parti furono probabilmente divise prima del XIX secolo. I cardini e il chiavistello su questo pannello a due lati inducono a ipotizzare che fosse usato come persiana decorativa di una finestra che forse si affacciava sulla laguna stessa. Nella parte superiore una sublime scena di cacciatori veneziani di uccelli.

Chi lo guardava, all’epoca, aveva l’illusione di osservare la laguna. Gruppi di tre rematori e arcieri stanno in barche dal fondo poco profondo (fisolere) e cacciano cormorani, uccelli acquatici (svassi e strolaghe). Gli arcieri usano palline di argilla (ballotte, una è stata appena sparata dalla barca in basso a destra), anziché frecce, per stordire gli uccelli e non danneggiare le piume. Sullo sfondo i casoni, ricoveri per cacciatori e pescatori fatti di canne palustri. Carpaccio non è un vedutista, dipinge Venezia per quello che è: un sogno.

Il doge Loredan, ritratto da Carpaccio, fu a capo della Serenissima dal 1501 al 1521. Il suo potere, eleganza e ricchezza sono ben rappresentati dal magnifico abito, una cappa di broccato con bottoni d’oro. Nell’interno intimo, descritto nei minimi dettagli, della casa di Maria, in cui si intravedono dalla porta aperta altre stanze in profondità, il pittore sembra aver perfettamente assimilato lo stile fiammingo.

La coppia di conigli all’ingresso allude, con ogni probabilità, alla miracolosa fertilità in età avanzata di Anna (madre di Maria). Nella Presentazione di Maria al tempio la Vergine sale i gradini del tempio di Gerusalemme. In cima alle scale sta il sommo sacerdote con la veste cerimoniale ebraica.

Il dipinto con La Vergine Maria che legge è di una bellezza e modernità sconvolgenti. La Madonna non è ritratta mentre adempie ai suoi compiti materni ma mentre legge, impegnata ad aumentare le sue conoscenze e cultura. Il Bambino, la cui presenza è emersa per un recente restauro, è accanto a lei, se ne vede soltanto una spalla e un piedino.

Il simbolo di San Marco e della Repubblica Serenissima è il leone alato. Il libro che regge è aperto alla pagina ove è scritto: “Pace a te Marco, mio evangelista”. Questa è la prefigurazione che Venezia sarebbe stata la sua dimora definitiva. Il leone, che è raffigurato per metà in mare e per metà sulla terraferma, rappresenta l’estensione del dominio veneziano, dal Mediterraneo orientale alla terraferma del Veneto e Lombardia.

In La Fuga in Egitto Carpaccio sfoggia tutto il suo talento: la morbida peluria dell’asino e il riflettente e prezioso abito di Maria (velluto tagliato su teletta d’oro). A questo dipinto è dedicata una sala della mostra.

Al termine del percorso espositivo è possibile attraverso una consolle 3D fare un viaggio virtuale all’interno della laguna veneta dipinta dal Carpaccio.

Carpaccio e la Biennale di Venezia

Il giardino di Carlo Scarpa che collega lo spazio del Palazzo delle Esposizioni alla Biblioteca offre una chiave di lettura per la proposta generale della curatrice Lesley Lokko, dal titolo The Laboratory of the Future: qui la storia della diaspora coloniale africana viene legata alla storia dell’arte veneziana, in particolare alle opere di Vittore Carpaccio che sono riunite a Palazzo Ducale per una mostra monografica (fino al 18 giugno 2023).

Su due pannelli a stampa campeggiano le figure di uomini di origine africana abbigliati alla veneziana che nella tavola originale di Carpaccio, dipinta intorno al 1492, conducono le barchette dei nobili alla caccia lagunare di pesci e uccelli. Nulla sappiamo sulla loro identità, ma potrebbe trattarsi di valletti arrivati a Venezia dopo vari passaggi e non come schiavi. Per esempio, Kate Lowe ha raccontato le storie di alcuni ex-schiavi che lavoravano come gondolieri.

Ovunque, a far da contraltare all’ordine degli uomini, una grande varietà di animali, anche questi ordinati come attributi simbolici. Un dipinto che mostra un mondo organizzato secondo divisioni di genere, classe e razza, in armonia con una natura generosa: così il cumulo passeggero di nuvole nel cielo azzurro rompe con una nota climatica e cromatica un fondo perfino troppo uniforme, del tutto privo di asperità, dove l’acqua specchiante della laguna è in continuità con un cielo terso.

Installazione Sweetgrass Walk di Hood Design Studio alla Biennale di Venezia

L’installazione dell’americano Hood Design Studio è in realtà composta da due parti: l’intervento nel giardino Scarpa, Sweetgrass Walk, e quello nella stanza 15, Native(s) Lifeways. Il primo è un prototipo della passeggiata disegnata per la Gullah Geechee Phillips community in South Carolina, una comunità afroamericana il cui legame con la terra che abita è riconosciuto dagli Stati Uniti. Il secondo descrive la biosfera della zona e mette in questione, come altri lavori in mostra, il concetto di ‘nativo’ dal punto di vista naturalistico e architettonico con foto, qualche testo a muro, e modellini di strutture informali.

Nella loro semplicità compositiva, nell’uso di materiali locali e nella produzione snella, questi due interventi racchiudono tutti i temi principali della mostra: l’importanza della diaspora africana nella cultura contemporanea, il rapporto tra architettura e risorse naturali, la nozione di cultura come ibridazione e forse come semplice stratificazione, e infine l’idea che il laboratorio del futuro sia espressione del passato. L’ultimo punto è cruciale: molti testi in mostra ritornano sul rapporto tra architettura e storia, ma una storia riletta in senso decoloniale e diasporico. La mostra di Lokko interroga consapevolmente questa ‘relazione pericolosa’, superando facili ingenuità: per sopravvivere al futuro, bisogna tornare al futuro passato e ricucire le trame che erano state strappate.

Le Opere Principali di Vittore Carpaccio

Carpaccio non è solo l'artista de "Le due dame" e della "Caccia in laguna". La sua produzione artistica è vasta e variegata, spaziando tra temi religiosi, scene di vita quotidiana e ritratti. Ecco alcune delle sue opere più significative:

  • Due dame veneziane (1490 circa): Olio su tavola, Venezia, Museo Correr.
  • Incontro dei pellegrini col papa (1493-1494): Uno degli episodi del ciclo di sant’Orsola.
  • Liberazione dell’indemoniato a Rialto (1494-1495): Olio su tela, Venezia, gallerie dell’Accademia.
  • La partenza degli ambasciatori dalla corte d’Inghilterra (1497-1498): E’ uno degli episodi del ciclo di sant’Orsola.
  • Ritratto di cavaliere (1500-1501)
  • Duello di san Giorgio e il drago (1501-1502): Olio su tela, Venezia, Scuola dalmata dei santi Giorgio e Trifone.
  • San Gerolamo e il leone nel monastero (1502)
  • Sant’Agostino nello studio (1503): Olio su tela, Venezia, Scuola dalmata dei Santi Giorgio e Trifone
  • Preparazione del sepolcro di Cristo (1505-1507): Olio su tela, Berlino, Statliche Mussen, Gemäldegalerie
  • Adorazione del Bambino (1505): Olio su tavola, Lisbona, Museo Calouste Gulbenkian
  • Predica di santo Stefano (1514)
  • Disputa di santo Stefano con i savi ebrei (1514): Olio su tela, Milano, pinacoteca di Brera
Opera Anno Tecnica Ubicazione
Due dame veneziane 1490 circa Olio su tavola Venezia, Museo Correr
Duello di san Giorgio e il drago 1501-1502 Olio su tela Venezia, Scuola dalmata dei santi Giorgio e Trifone
Sant’Agostino nello studio 1503 Olio su tela Venezia, Scuola dalmata dei Santi Giorgio e Trifone

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