Sognare. Ad occhi chiusi. Ad occhi aperti. Spesso non ricordo i sogni notturni. Sì dice che è normale. Anzi, ci sarebbero anche metodi per ricordarli. Mi importa poco sinceramente visto che la mia mente è così attiva che riesce a sognare, e molto, anche durante il giorno.
Spesso però sono sogni lontani, non propriamente definiti. Ne vedo il contorno, ne assaporo le sensazioni. Poi ne arriva un altro che sostituisce il precedente. Per questo forse non li realizzo. A meno che non sia qualcosa che riesco a vedere nitidamente. Allora, non ce ne è per nessuno. Vado dritto come un treno. Spesso lascio una scia. È una frase di Antoine de Saint Exupéry tratta da Il Piccolo Principe.
Mi è venuta in mente mentre parlavo con Luca Leggero, vignaiolo di Villareggia, piccolo paesino della cinta torinese. Non lo menzionava solo. Lo aveva visto così nitidamente nella sua mente da farlo diventare realtà. Viveva e vive nel suo sogno oggi diventato reale. È per questo che la conversazione con Luca è stata affascinante.
Per il suo amore incondizionato per Villareggia e la sua storia, per la viticoltura e i vitigni che qui un tempo si coltivavano, per le vigne, per il vino. Un solo grande obiettivo: produrre il vino migliore del mondo. Con delle regole però: biologico e con un vitigno della tradizione. Senza scimmiottare nessuno ma essendo Canavese e villareggino. Un pazzo? Un sognatore? No, non credo proprio.
Una entusiasta che con studio, perseveranza, umiltà, spirito di osservazione, senso critico, capacità di imparare dagli errori e tanta tanta determinazione, può davvero riuscire nell’intento. Sono un innamorato di Villareggia. Luca è ancora un ragazzo visto che è nato a Villareggia nel 1990.
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Aveva queste due piccole vigne. Era veramente una produzione familiare. Ho iniziato a studiare i sistemi di potatura, la gestione, i trattamenti. Biologico e biodinamico che poi ho applicato a livello professionale. Un nonno agricoltore e un ragazzo al quale piace la terra e la vigna. Nulla di strano se non fosse che il papà di Luca è medico e della terra, dunque della vigna, interessi poco.
Quando sei poi figlio di un medico, l’università è d’obbligo. Medicina? No, Giurisprudenza. Il vento spesso gira e quando gira porta cose buone e meno buone. Nel 2011 grazie al collegamento e al lavoro di mio papà che si occupa di riabilitazione di disabili psichici, abbiamo iniziato un progetto di agricoltura sociale. Abbiamo recuperato una vigna di Dolcetto a Murazzano. Siamo in Alta langa, in un altro ambiente.
Recupero in una ottica agricoltura sociale. Vinificavamo le uve in zona. Il sogno può anche avere dei contorni sfumati ma quando, da svegli, ne riconosciamo qualche elemento, tutto sembra più reale. Riaffiora ogni particolare sgorgando come acqua da una fontana. Un déjà vu si direbbe. Dopo il 2011 è partito il sogno di vedere qualcosa di concreto a Villareggia.
Quante storie ho ascoltato di nonni, esperimenti in garage, vini creati grazie alla passione. Non è cosi che si diventa grandi però. Grazie all’aiuto della famiglia abbiamo iniziato a piantare le prime vigne per una produzione professionale. Ho studiato la storia del territorio e ho scoperto una grande storia a partire del decimo secolo dopo Cristo fino ad arrivare alla fama di questo paese nella prima metà dell’800 dove si narra di terreni vitati dalla collina fino alla pianura sottostante con varietà autoctone.
Picotener o Picotendro. Vitigno tipico della Valle d’Aosta. Non è ben chiaro se il Picotener, che sempre nebbiolo è, sia nato in Valle d’Aosta o piuttosto si stato introdotto dai francesi che dominavano tutta l’area. Poco importa francamente. Ciò che è utile sapere è che nel Canavese c’era ma era al contempo complicatissimo da gestire.
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Subito dopo essermi laureato ci siamo subito dedicati al progetto. Prima della laurea c’era fermento. Comprato il primo trattore. La prima vigna piantata nel 2016. Da li in poi un crescendo di investimenti continuando a studiare che cosa si poteva fare. Avevo già recuperato un pezzo di terra nel 2011 che oggi è quello più bello e piantato il nebbiolo. Un crescendo di cose che difficilmente si riesce a frenare.
All’inizio pensavo ad un piccolo secondo lavoro. Poi si è trasformata e oggi abbiamo otto ettari e mezzo. Quando abbiamo iniziato a recuperare le vigna a Murazzano ci si svegliava alle 6 con gli esami da preparare. Parlare con Luca permette di delinearne la personalità ma soprattutto la grande energia che lo muove. Entusiasmo, voglia di arrivare e voglia di far bene. Senza trucchi o facili strade alternative.
C’erano in casa i manuali che studiavo e facevo cose. Avere tanti anni per provare e prepararsi, mi ha formato. Se si vuole provare ad avere successo, occorre partire da lontano. Il che richiede tempo. Pochi maledetti e subito ne mondo del vino non funziona. Funzionano le facili alternative certamente. Tante volte prevale la pratica. Oggi abbiamo un consulente enologo però rimane sempre un bellissimo confronto.
Io sono quello che ha messo le mani per anni nel territorio e nella vigna. Il consulente esterno è più uno psicologo. Un grande amico che mi sostiene. Molto si riduce ad avere delle linee guida perché come consulente hanno una serie di dati su cui confrontarsi. Pragmatico. Umile. Senza la fretta di arrivare. Il primo vino a quindici anni. La cosa bella è che rimane sempre come grande emozione della vita.
C’era la classica faida con il nonno che lo faceva più buono. Mi diceva: prenditi dell’uva, fattelo per te ma il mio non lo tocchi. Ride di gusto di questo ricordo. Il primo vino buon quando avevo 21/22 anni. Continuavo a provare a Villareggia e mi sono detto: cavolo, buono! Piano piano si impara. Mi era piaciuto perché il metodo di lavoro c’era nonostante non avessi alcun tipo di attrezzatura. Facevo tutto a mano.
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Avevo trovato i sistemi per ridurre i difetti del vino: tutti valori perfetti e quello mi faceva sognare. Biologico da sempre. Anzi fanatico di questo genere di agricoltura. Ho iniziato a fare tisane, macerati, soluzioni con bicarbonato di potassio. Tutto quello che leggevo lo provavo. Dietro avevo un lavoro pazzesco perché bisogna trattare sempre. Ho imparato tanto.
Costanti rischi di ossidazione ma ho sempre lavorato con solforose bassissime perché volevo un prodotto bevibili. Mi sono intrippato di micro organismi e ho iniziato a fare culture. Così altro preparato ricetta Luca Leggero che spariamo nella vigna dopo la letamazione. Mi consente di avere una fertilità del suolo importante. La prima vigna piantata è del 2016.
Si aspettano i circa tre anni canonici per arrivare a produzione (anche se nel frattempo Luca sperimentava con le altre vigne piccole). È il 2019 quando arriva la prima vendemmia e vinificazione. Nel 2020 la seconda. Che qualunque azienda vitivinicola abbia bisogno di una cantina, è un fatto scontato. Integrata architettonicamente nel territorio è però cosa che ho visto fare solo nelle grandi aziende. Quelle affermate.
Ci abbiamo creduto. Quando abbiamo iniziato c’erano tantissime opinioni discordanti. C’era chi diceva che il vino avrebbe fatto schifo. Quando nel 2019 abbiamo vinificato abbiamo capito che c’era del potenziale. Ci abbiamo creduto. Allora lo facciamo ci siamo detti: lo facciamo fino in fondo e se dobbiamo farlo lo proviamo fino alla fine. Abbiamo chiesto ad un architetto di disegnarlo.
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Spesso non si crede ai sogni fino in fondo. Si dice: proviamo, vediamo come va. Ma non è il modo giusto. Il rischio è che se non ci si butti a capofitto nelle cose così che tutto rimane a metà. Incompiuto. Il sogno non diventa mai realtà. Nel caso di Luca e suo fratello Davide (insieme nella società, insieme nel sogno) l’averci creduto ha voluto dire fare le cose per bene.
Abbiamo rischiato di fare 42000 bottiglia nel 2022. Nel 2023 la peronospora. Vedete come può essere difficile la vita per un agricoltore o viticoltore? Che tanto non fa differenza perché sempre a che fare con la terra e il clima si sta. Conta poco per Luca il numero di bottiglie. Ciò che c’è dentro. La qualità, la finezza, la capacità di resistere al tempo.
Se uno studia agronomia e aziende che producono prodotti fitosanitari c’è sempre qualcosa da imparare. Mi davo dei limiti per evitare gli eccessi. Volevo mantenere livelli di zolfo bassi e ciò mi costringeva a trattare spesso. C’è chi trova strade alternative con il vino facendo cose strane e indicibili. Chi come Luca e Davide sfruttano il territorio per produrre qualcosa che con il vino ha poco a che fare ma produce reddito.
La vigna è altra cosa così come il vino è altra cosa. Quando si ha la fortuna di vedere un grappolo di Erbaluce non si può non rimanerne affascinati. Spiccata acidità e dolcezza degli acini ne fanno una specie affascinante. La scelta dei vitigni è avvenuta studiando e credendo non solo nell’Erbaluce che è il bianco che va per la maggiore nel territorio ma anche nel Nebbiolo Picotener.
Abbiamo più ettari di Nebbiolo che di Erbaluce. Cinque ettari di Nebbiolo e tre di Erbaluce. Questo perché abbiamo creduto nelle potenzialità di un clone vinificato da poche cantine e nessuno a Villareggia. C’era anche la storia che mi veniva dietro. Più parlo con Luca più capisco che la sua e di suo fratello storia è un susseguirsi di passi studiati e ponderati. Programmati direi.
Una sorta di preparazione della pozione magica fatta di ingredienti, procedimenti, riti. Solo che nel caso del vino applicarli non è così scontato poiché i problemi e l’imponderabile è sempre dietro l’angolo. Però Luca intanto ci mette gli ingredienti e i processi. L’anfora fa parte del progetto. Abbiamo acquistato subito un anfora. Non avevo la cantina ma ho comprato l’anfora perché faceva parte del progetto.
Uno studio che conducevo con il mio consulente conosciuto prima di avere l’uva. Avevamo condiviso molti aspetti tra i quali il cercare di lavorare su una identità. Trasmettere qualcosa di Villareggia. Io amo Villareggia. Portare il territorio. L’anfora in questo senso è fondamentale. Una tipologia di affinamento che riguarda sia l’Erbaluce sia il Nebbiolo. Questo ci permette di mantenere inalterato il terroir: la varietà e dove viene prodotta.
Nel nostro principio di affinamento avrei dovuto usare il legno coprendo delle sensazioni tipiche del terroir. Il sogno era creare grandi vini. Noi vogliamo fare solo grandi vini. Non i interessano produzioni voluminosi. Volevamo creare da subito grandi vini. Era questo il nostro sogno. Sognare che a Villareggia ci fosse un terroir speciale e delle varietà speciali a fianco dei grandi vini da invecchiamento francesi.
Il sogno. Questo è un sogno ben definito. Creare grandi vini e farlo con il territorio. Crede, ama, così tanto questa terra che è disposto a scommetterci tutto. Senza esitazione ma con tanta programmazione e fatica. Abbiamo studiato tutto. Ho sempre studiato potatura. Tutto è stato applicato in maniera scientifica. In un anno abbiamo piantato quattro ettari. Una fatica ma adesso siamo qui a ridere.
Gli agronomi mi dicevano che nelle vigne in pianura avrei fatto solo del rosè. Oggi alcune masse di Nebbiolo coltivate in pianura sono state destinate alla selezione Maura nen. I grandi vini. In effetti a leggere sul web i vini di Luca Leggero hanno da subito riscosso ottimi punteggi. Sembrerebbe anche troppo in fretta ma la prima vendemmia, quella del 2019, era comunque la quattordicesima per Luca.
Il 95 è il punteggio per il Maura nen del 2021. Il riconoscimento è arrivato nel 2023. Avevamo già fatto altre vendemmie nel frattempo. Però questo non mi ha spostato. Avevo dato il massimo nelle vendemmie per avere tutto sotto controllo subito perché non volevo sbagliare in nessun motivo. Nel 2022 abbiamo lavorato meglio. Preso confidenza delle attrezzature, dei materiali e soprattutto delle masse.
Questo è stato positivo. Gestire grandi masse porta meno rischi. Io ho avuto modo di assaggiare il Maura nen 2021. Si quello dei 95 punti. Maura nen è una statua di marmo alta e perfettamente lavorata che si staglia austera verso il tetto del tempio con la stilobate di Nebbiolo. Ogni scanalatura è un sentore che si unisce al successivo a formare un disegno perfetto.
La croccantezza della frutta nera e rossa si distingue dalle spezie e dal vegetale di sottobosco accentuato dal balsamico. I fiori sono di un armonico bouquet che si fregia di cannella, chiodi di garofano, cuoio, pepe. In bocca è un taglio verticale che si espande come fosse l’acqua della cascata quando termina la sua corsa. I tannini e la freschezza sono quelle del Nebbiolo senza essere invasivi.
L’espansione in bocca è incredibile anche grazie alla spiccata sapidità. Un saliscendi emotivo che parte dalla finezza dei sentori per poi manifestarsi in bocca in una irruente avvolgenza. Vale 95 punti? Sono molto severo nei miei giudizi. Forse troppo rigoroso alle volte. Diciamo che dal mio punto di vista vi è vicinissimo. Maura nen vuol dire non matura.
Era bellissimo girare a Villareggia ad ottobre quando c’era odore di mosto in tutte le case. I vecchi che ho conosciuto io erano della leva 1930/40. Raccontano una storia diversa da quella di duecento anni fa. La tradizione del nebbiolo si interrompe nella seconda metà dell’800. Le vigne piantate successivamente erano di Barbera, Bonarda ecc. perché garantivano una roduzione più ampia e più facile.
Una di queste persone anziane mi disse: ma cosa pianti il nebbiolo che qui non matura. Loro avevano questa pianta di nebbiolo che non gli maturava rispetto alle altre. Maura nen dicevano. Erano scettici perché non conoscevano la storia. Rend nen è il bianco da Erbaluce di Caluso. Che sia Erbaluce lo si riconosce subito nel calice per via di una luminosità accecante.
È un vino questo che penetra nella coscienza con una sorta di infingarda eleganza strisciante. È fine? Si. Elegante? Sì. Pulito? Sì. Verticale? Sì. Insomma come tanti altri? Fieno appena tagliato, limone, fiori di pesco e di mandorlo, acacia. Il limone piano piano diventa cedro; il mandorlo e il pesco da fiori diventano frutti e da frutti ritornano fiori.
Salvia, timo, maggiorana. Il balsamico infingardo. Eccolo li. Lui è il responsabile di tutto questo. Non solo balsamico. Direi balsamico minerale. Il che è anche peggio. Fresco e ampio con il limone che si unisce al mango e all’ananas con la sapidità che raccoglie ogni sentore spargendolo per la bocca. Esaltante, brioso, attivo, felice. Rend nen. Perché non rende.
Parla di un’altra storia vissuta. Trovarsi con i classici vecchietti che domandavano in piemontese ha reso? A la ren di? L’Erbaluce non rendeva mai perché aveva una buccia molto spessa che nel torchio meccanico non si riusciva mai ad asciugare l’uva che nello standard dei vecchietti dovevano prendere tutte le gocce. La spremitura del solo mosto fiore con una resa del 50%. Rend nen. La Vila è un omaggio al paese di Villareggia. Turciaura è torchiato. La contrapposizione del rend nen perché la turciaura era lo scarto. Oggi c’è una piccola finestra su cui operare...
Tabella dei Vini di Luca Leggero
| Nome del Vino | Vitigno | Punteggio | Caratteristiche |
|---|---|---|---|
| Maura nen (2021) | Nebbiolo | 95 | Frutta nera e rossa, spezie, balsamico, tannini equilibrati |
| Rend nen | Erbaluce di Caluso | N/A | Fieno tagliato, limone, fiori di pesco e mandorlo, minerale |
L'uso di anfore è fondamentale per mantenere inalterato il terroir e le caratteristiche uniche dei vini di Luca Leggero.
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